sabato 12 novembre 2011

34- Punizione divina


Luca spense il motore della moto. Si tolse il casco, mi mise una mano sul polpaccio destro.
"Siamo arrivati, staccati dalla mia schiena".
Aprii gli occhi, mi guardai le dita bianche: mi ero tenuta stretta al punto da impedire la circolazione periferica.
Scesi dalla moto con fatica, tolsi il casco dalla testa.
"Cazzo, no!" Mi portai le mani davanti alla bocca. La macchina di mia madre era parcheggiata davanti a casa di Silvia. tutte le luci della casa erano accese, c'era anche la macchina del padre di Anna.
"cosa c'è adesso?" Chiese Luca, anche lui provato dagli eventi della serata.
"Guarda, ci sono le macchine dei miei e dei genitori di Anna!"
"Questa è la macchina della mamma di Joe. Chissà che cavolo è successo".
"No, no, Luca, io non entro. Andiamo via, trasferiamoci in un'altra città, su un altro pianeta! Se entro là dentro mi ammazzeranno!" Urlai isterica.
"Eh già" annuì Luca senza commentare altro.
"Beh, Sara, è stata una bella serata. Io vado, buonanotte!"
"Come buonanotte! No! Non mi lasciare sola adesso! Vieni dentro con me!"
"Sei matta? No, vado a casa. Domani chiamami e raccontami com'è andata" mi schioccò un bacio sulla bocca che per un attimo mi fece dimenticare tutto il resto. Poi fece rombare il motore della moto e ripartì a tutta velocità lasciandomi sola, bagnata fradicia e impaurita da morire davanti al campanello della casa di Silvia.
Chiusi gli occhi e suonai.
Nel silenzio interminabile prima che mi aprissero il cancello sentivo il battito del mio cuore che rimbombava nel petto.
Avanzai lentamente, nel cervello solo il rumore della ghiaia calpestata dai miei passi. Deglutii, entrai in casa.
Sciaff
, un malrovescio di mia madre mi girò la faccia. La guardai stupefatta, appoggiai la mano sulla guancia rovente.
"Scema d'una scema! Ecco cosa sei!" Ringhiò mia madre.
Non risposi.
"Come ti sei permessa! Come ti è venuto in mente di fare una cosa che sapevi perfettamente di non dover fare! Dov'è? Dov'è quel cretino che è venuto con te, eh? Lo voglio vedere, gli voglio dire un paio di cose" la rabbia di mia madre montava come la panna.
Non risposi e con la coda dell'occhio guardai i volti impauriti di Silvia e Anna, che allargarono impercettibilmente le braccia per farmi capire che non è stata colpa loro.
"Andiamo" mi prese per il braccio e mi trascinò fino alla macchina. Rimase in silenzio fino a casa. Entrai in camera mia, chiusi la porta e la sentii urlare che da adesso fino al mese prossimo non sarei più uscita di sera. Mi misi il pigiama e morii nel mio letto fino all'indomani.