lunedì 28 novembre 2011

50- La valigia

Preparai la valigia nel più breve tempo possibile. Calcolando il genere al quale appartengo, posso dire obiettivamente di averci impiegato un tempo adeguato. Poco, pochissimo: tre ore al massimo o forse tre ore e mezza. Non più di quattro, comunque. Riuscii a rimanere entro le quattro ore perché, dato che Luca non sarebbe venuto in montagna con me, era inutile scegliere i vestiti con eccessivo zelo; tuttavia la vacanza era l'occasione per dare libero sfoggio ai miei vestiti e soprattutto libero sfogo al mio stile che, lontano dalla mamma, sarebbe potuto finalmente emergere come si doveva. 
La mia valigia conteneva nell'ordine:
nr. 1 bustina con quattordici fiocchi per capelli (rosa, blu, fucsia, carta da zucchero, indaco, melanzana, verde acqua, cachi, verde prato, testa di moro, canna di fucile, tortora e i soliti nero e bianco) da abbinare ognuno ai vestiti che avevo deciso di portare con me.
nr. tre paia di jeans: uno chiaro, uno slavato e uno leggermente più scuro. Con i jeans era insensato lesinare visto che in montagna si cammina tanto ed è meglio stare comodi. E poi i miei jeans mi stavano bene, sarebbe stato un peccato  lasciarne a casa un paio: avrebbe potuto soffrire di solitudine nell'armadio, poverino. 
nr. 20 magliette: dodici a maniche corte, il resto con le maniche lunghe. Ok, lo so, detto così venti magliette sembrerebbero tante per una settimana di vacanza (sette giorni, sei notti) ma quelle magliette meritavano tutte di essere indossate e sarebbe un sacrilegio lasciarne fuori qualcuna. Poi, per doverne scegliere una o due da lasciare a casa, tanto valeva portarle tutte, no?
nr. due gonne per la sera.
nr. cinque maglioni di lana e due felpe. 
nr. due paia di Reebok bianche, due paia di Superga, ciabatte per la doccia.
un accappatoio con cappuccio, giallo canarino.
una busta con shampoo formato famiglia, balsamo, asciuga capelli, pettine, spazzola, pettine a denti larghi, forcine, elastici, e persino un lucida labbra color ciliegia, che se l'avesse beccato mia mamma mi avrebbe ucciso.
nr. tre cinture: una bianca, una nera, una rosa.
ago e filo.
una torcia.
Chiusi la valigia sedendomici sopra per permettere alla cerniera di svolgere il suo ingrato mestiere, poi tentai di sollevarla. Non ci riuscii al primo colpo ma dopo una decina di tentativi e parecchio impegno spostai il mio bagaglio accanto alla porta d'ingresso, in attesa del giorno della partenza. Pensai con una certa preoccupazione che quella borsa che pesava quanto un incudine di quelli che fanno vedere nei cartoni animati avrei dovuto trasportarla da sola per un tratto indefinito di strada e, nella peggiore delle ipotesi, avrei dovuto anche trascinarla su per le scale del rifugio dove avremmo alloggiato. Ma, a pensarci bene, non era un problema così importante, o almeno, non lo era in quel momento, quindi feci spallucce e andai a farmi la seconda doccia della giornata.
Fui pronta appena in tempo, quando Michele suonò al campanello della porta per andare insieme a lui e a Stefano all'oratorio a giocare a Risiko Valley.
"Cugina sei pronta?" Urlò Michele dalla scala fuori da casa.
"Mi pettino e arrivo" risposi anch'io urlando dal bagno.
Saltellai fino al giardino, dove i miei cugini mi aspettavano da almeno un quarto d'ora.
"Mi porti sulla canna?" Chiesi a Michele con lo sguardo supplichevole.
"Perché? Hai bucato?"
"Hem, no. Però se mi porti tu, poi chiedo a Luca se mi riaccompagna a casa..." Svelai il mio astutissimo piano, mio malgrado.
"Ah, ho capito, ho capito, salta su, ti porto anche se pesi come un bue" Michele fece finta di non riuscire a pedalare.
Mi offesi a morte, ma il fine giustificava il mezzo, quindi tacqui e subii.