mercoledì 25 gennaio 2012

59- Chi rompe paga e i cocci sono suoi

Dopo cena restammo nel salone a ballare e a cantare finché il prete non ci diede il segnale della ritirata. Tutti i maschi dormivano al primo piano e si schierarono sulle scale con la schiena al muro per lasciar passare noi ragazze che avevamo le camere al secondo piano. Imposero a tutte il bacio della buonanotte. In totale intascarono ognuno una sessantina di baci sulla guancia e finalmente si ritirarono nei loro letti storditi e inebriati da tanta grazia.
Non riuscii a prendere sonno, quella notte. Ci infilammo tutte sotto le coperte e cominciai a guardare il soffitto, troppo spaventata per guardare nella direzione del letto di Elena che già russava pesantemente.
Mi addormentai tardissimo e mi risvegliai la mattina dopo distrutta.
Elena si alzò e raggiunse stancamente l'armadio per recuperare l'asciugamano e il necessaire per andare al bagno a lavarsi. Si voltò verso di me, stropicciai gli occhi per vederla meglio: il suo viso una maschera di carnevale, piena di ponfi gonfi e rossi. Si guardò nello specchio nascosto dietro all'anta dell'armadio e cacciò un urlo belluino.
Balzai fuori dal letto, mi coprii il volto con le mani e cominciai a piagnucolare:
"Elena è tutta colpa mia! Scusami, sono una persona tremenda! E' tutta copla mia!" Urlavo coprendo i suoi strilli che non accennavano a cambiare nota. 
"Ho appoggiato il mio peluche sul tuo cuscino, sei allergica ai peli di gatto, io ho un gatto!" Farneticavo.
Mi guardò intensamente, smise di urlare, mi odiò con tutta se stessa, mi vergognai e mi pentii e capii per la prima volta nella mia vita che chi rompe paga e i cocci sono suoi.
Avrei voluto sparire o almeno rimediare, dirle che non era vero niente, che quelle bolle non erano sulla sua faccia e che non ero stata io a pensare a una cosa così turpe. Invece non lo feci e accettai le mie responsabilità.
A colazione, appena scesi dalle scale, tutti quanti bisbigliarono qualcosa all'orecchio del vicino e mi sentii morire dalla vergogna.
Il don si avvicinò e mi chiese di parlare.
"Sara, mi hanno raccontato che hai completamente intriso il letto di Elena con i peli del tuo gatto che ti sei portato da casa, è vero?"
"No, cioè si, cioè i peli di gatto non me li sono portati da casa, ho appoggiato il mio peluche sul cuscino della Elena perché non la volevo in stanza con me. Mi dispiace, mi dispiace" piangevo inconsolabile, ero messa peggio io rispetto alla povera Elena che camminava isterica avanti e indietro per il salone con due panetti congelati sulla faccia, di quelli che si usano per mantenere il fresco nelle borse-frigo per calmare il rossore.
Il prete le fece cenno di avvicinarsi, lei obbedì. Più si avvicinava più sentivo la sua furia omicida incombere su di me.
Mi ammazza, adesso mi ammazza, pensai. Addio mondo crudele.
"Sara, dì quello che devi a Elena" disse il don.
"Scusa" boffonchiai tirando su col naso.
Mi guardò come per dire "scusa un cacchio", poi guardò lontano, due lascrime le spuntarono dagli occhi.
"Nemmeno io volevo stare in camera con voi! Siete delle arpie, delle iene! Io ti odio! Guarda cosa mi hai fatto!"
La platea di 120 bocche spalancate che non si perdeva una parola del nostro diverbio cominciava a diventare un po' sconveniente, ma non potevo fare nulla per migliorare la situazione che averla definita "di merda" sarebbe stato un eufemismo.
"Lo so, hai ragione" balbettai, cominciai a impallidire, mi sentii svenire e infatti svenni.