martedì 8 maggio 2012

72- Alla veglia

Avrei voluto tanto tornarmene a casa mia. Non mi importava più di Luca, delle mie amiche, nè della vacanza o di tutto quello per cui stavo vivendo. 
Tentai di richiamare mia mamma qualche ora più tardi per chiederle di venirmi a prendere ma mi disse che era meglio se fossi rimasta lontana da tutto. Mi disse che papà le aveva giurato che non ci fosse nulla di vero in questa faccenda e che era stato commesso sicuramente uno sbaglio, un grosso, madornale, devastante errore. Non potevo fare altro che logorarmi fiché non sarebbe saltata fuori la verità, che in cuor mio mi auguravo fosse uguale alla versione di mio padre.
Quella sera dopo cena, che saltai per gli evidenti motivi di cui sopra, era prevista la "veglia". Per una notte intera avrebbero esposto il corpo di Gesù in una stanzetta del rifugio e tutti noi avremmo dovuto pregare per qualche minuto lì dentro. Dopo la preghiera avremmo svegliato un altro nostro amico prima di riaddormentarci per farci dare il cambio.
Chiesi espressamente al prete di poter cominciare io la veglia quella sera. La stanza era buia, illuminata dalla luce fioca di due candele accese in un angolino. La statua di Gesù riposava al centro della stanza, per fortuna aveva gli occhi chiusi: se fossero stati aperti sarebbe stata un'immagine piuttosto inquietante.
Si respirava, insieme all'incenso, un misticismo e stranamente un'aria di pace, una tranquillità coatta che se accettata, era portatrice di serenità; diversamente, se rifiutata, avrebbe previsto una caduta rovinosa nell'angoscia più profonda.
Mi sedetti sull'unica sedia, posta accanto a Gesù e cominciai a pregare. Pregavo e rimuginavo, chiedevo alla Madonna e a tutti i Santi di aiutare mio papà, di evitarci l'onta subita, speravo che fosse tutto un bluff, un errore come sosteneva mio padre, mi auguravo che potesse uscire subito dalla prigione dove l'avevano rinchiuso. Poi piansi, pensando alla notte terribile che stava passando lui, in un posto che solo a sentirlo nomirare mi terrorizzava da morire. La prigione era una di quelle cose che pensavo non si sarebbe mai avvicinata nè a me nè alla mia famiglia e invece... 
Rimasi a vegliare, sola, tutta la notte. Solo verso le sei di mattina mi raggiunse il don.
"Sei rimasta qui tutta la notte?" Mi chiese retoricamente, con un tono amorevole e molto tatto.
"Sì" risposi. 
"Adesso vai un po' a dormire, alle otto ti aspetto per la colazione".
Annuii e rientrai mesta nella mia camera. Mi sdraiai sul letto vestita così com'ero e dormii.