domenica 30 settembre 2012

96- Carlo val bene una Messa

L'indomani mi trascinai fuori dal letto non prima delle undici di mattina. Lavai i denti, diedi un'occhiata allo specchio, vidi lo zombie di me stessa. Non contenni una smorfia di disgusto e uscii di casa. Pedalai senza meta, finché mi ritrovai davanti a casa di Carlo. Suonai il campanello, venne ad aprirmi zoppicando con le stampelle. L'agilità che dimostrò negli spostamenti mi stupì.
"Carlo, sei diventato più veloce di un gatto con quegli attrezzi!" Sorrisi rincuorata. Mi sentivo talmente in colpa per avergli fratturato la gamba che ancora non mi davo pace.
"Ciao! Qual buon vento! Sara, ricordati che sono un altleta io, ho la cintura nera" sfoggiò una mossa d'arte marziale.
"Ah, già, il karate!" mi battei la mano sulla fronte.
"Cosa ci fai in giro a quest'ora? Fa un caldo mortale, vieni a bere un'acqua e menta"
Non aprii bocca prima di avere ingurgitato un bicchiere da mezzo litro di acqua e menta, che era la mia bibita preferita.
"Grazie" mi pulii la bocca con il dorso della mano. 
"Com'è andata ieri con Luca?"
"L'ho mollato" gli dissi, poi piansi sulla sua spalla per una buona mezz'ora.
Cercò di consolarmi come poté, ma si vedeva che era felice come non mai.
"Sara, basta piangere. Guardami." mi alzò il mento con un dito, obbligandomi così a guardarlo negli occhi. "Adesso io ti bacio. Poi tu ti innamori e ti metti con me" disse serio.
Un brivido mi percorse la schiena, abbassai gli occhi e sorrisi.
"Non lo faresti mai"
"Mai provocare un karateca" sentenziò, poi mi baciò. La mia mente in black out: non capii più nulla, a occhi chiusi, riuscivo a distinguere il caleidoscopio psichedelico dell'iride che mi sbatté direttamente in un'altra dimensione. Cavolo. Questo bacia meglio di Luca, pensai.
Carlo si staccò dalle mie labbra, gli presi la testa tra le mani e lo ribaciai. Questa volta mi abbracciò, le braccia a contatto con la schiena mi fecero sussultare. Mi staccai da lui e lo guardai, stordita.
"Adesso ti metti con me" disse, senza chiedere.
"Ok" fui in grado di proferire.
"Adesso torna a casa, è quasi l'una" mi consigliò, premuroso.
Girai i tacchi e, come un automa, pedalai senza sosta fino al cancello di casa, dove incontrai quel curioso di Michele.