domenica 28 ottobre 2012

Due


Dalla loro unione nacqui io, Teresa, e altri cinque figli. Quattro femmine e due maschi, anche se uno di loro morì subito dopo il parto. Ricordo il volto di mio padre quando mi diedero la notizia della morte del piccolo. Era assente, imbambolato; mi disse che sperava di essere lui il prossimo a morire, perché vedere morire un genitore è doloroso ma è normale, rientra nella vita;  vedere morire un figlio  era morire senza avere il riposo eterno.
Si era ammalato a causa di un colossale imbroglio pecuniario. Aveva costruito un anno prima una palazzina con annesso un capannone a Gallarate. Al termine dei lavori, colui che avrebbe dovuto pagarlo affermò che il dovuto gli era già stato saldato, esibendo come prova un documento con una firma di papà debitamente registrata, falsa. Mio padre non seppe ripagare i debiti che erano in quel momento ingenti e si ammalò. “Neoplasia cerebrale” c’era scritto sul referto medico dell’ospedale, ma io so che è morto di crepacuore, mi viene voglia di maledire quel farabutto che l’ha ammazzato! Il Signore mi perdoni per quello che ho detto. Non devo pensarle queste cose, non ho il tempo e la forza. Il Signore mi perdoni …
“Teresa, vegn chi” [1] mi disse mia madre, dopo che eravamo rientrati dal cimitero dove avevamo lasciato nostro padre.
“Cusa gh’è, mama?” [2] le risposi. La guardai: era seduta su una delle sedie di legno e paglia della cucina, con il braccio appoggiato al tavolo e la mano a sostenersi il capo. Il viso invecchiato d’un colpo, gli occhi rossi e gonfi, i capelli scomposti.
 “Semm restàa da par nünc,  belè. Mì e tì. I altar tò fradei hinn tropp piscinitt anca mò par dà una man in cà”[3] mi disse e le lacrime scesero copiose.
 “Mama, dai, te vedarett che ‘na solüziun la sa tröva. Te vedarett che ün piatt da risott al farò mancà a nisün. Sun minga stüpida, mì, te pensat ca sarò minga bona da truvamm un lavurà? Lasa fà da mì, ga pensi mì. Ti pensa a la cà e ai fioeu, che al rest ga pensi mì.”[4]
“Menu mal ca te sé inscì giüdiziusa,Teresa, grazie”[5]
 “Te me minga da ringrazià, fina adess te lavuràa tì par mì, adess a lavurarò mì par tì, e inscì semm pari”[6] le dissi sforzandomi di sorridere.
“Andemm a durmì, mama, l’è stai ‘na giurnada lunga e hinn tanti dì ca serum no un oeucc. Podum no permetass da minga ripusà, sa no, sa molum nünc, chi l’è ca ma tira sü?”[7]
 La accompagnai per un braccio, lentamente, nella sua camera da letto. Da quel giorno in poi avrebbe dormito da sola.


[1] Teresa, vieni qui
[2] Cosa c’è mamma?
[3] Siamo rimaste da sole, tesoro. Io e te. Gli altri tuoi fratelli sono ancora troppo piccoli per dare una mano in famiglia
[4] Mamma, dai, vedrai che una soluzione si trova. Vedrai che un piatto di risotto non lo farò mancare a nessuno. Mica sono stupida, io, pensi che non sarò in grado di trovarmi un lavoro? Lascia fare a me, ci penso io. Tu pensa alla casa e ai ragazzi, che al resto penso io.
[5] Meno male sei così giudiziosa, Teresa, grazie
[6] Non mi devi ringraziare, fino adesso hai lavorato tu per me, ora lavorerò io per te e così siamo pari.
[7] Andiamo a dormire, mamma, è stata una giornata lunga e sono giorni che non chiudiamo occhio. Non possiamo permetterci di non riposare, altrimenti se crolliamo noi due, chi ci tira su più?