martedì 30 ottobre 2012

Quattro


Quella notte non dormii, in ansia com’ero per il primo giorno di lavoro.  Mi rigirai nel letto fino alle sei. Quindi mi alzai, mi preparai con cura, inforcai la bicicletta e volai in fabbrica.
Mi accolse una donna, Maria, la responsabile del reparto. La sa ciama teme la Madona. Sarà minga un segn dal destin, cun tütt ‘l pregà c’ho fai?[1]Pensai.
 Ma no, ma no, scacciai dalla mente quel pensiero assurdo e mi concentrai sulle spiegazioni di quella donna.
“Quest chi l’è ul to telar”[2] urlò per farsi sentire nel frastuono del capannone pieno di macchine che tessevano.
“S’ho da fa?”[3] alzai la voce a mia volta, per farmi sentire da lei.
 “Dumandigal a la Ana, quela dona chì tacà a tì.” “Ana, vegn chi. Quela tusa chì la sa ciama Teresa, l’è növa, fagh imparà. Ma racumandi, néh, metevas no a ciciarà, sa no va do una pell da bott a tütt e do”[4] intimò a Anna urlando, e ci lasciò sole.
No, direi che non è un segno della Madonna, pensai di nuovo. Va beh, tiriamoci su le maniche e vediamo un po’ come si usa questo coso.
“Teresa, anca la mè mama la sa ciamava inscì, pora dona. Sa te voeurat restà dentar chì te da rigà drizz e fa i tò afari. Sa no, tra un para da setiman quela stria là la ta cascia a cà”[5]mi disse Anna subito. Io annuii, in silenzio.
Anna era una donna di trentotto anni. Quando le affidarono il mio apprendistato mi prese sotto la sua ala protettiva e mi trattò come una figlia. Viveva a Cassano Magnago, il paese vicino a Gallarate, insieme alla sua famiglia: marito e tre figli maschi, il più grande dei quali aveva solo tre anni in meno di me. Veniva al lavoro in bicicletta tutte le mattine col freddo, con la pioggia, con la neve. Mi volle bene sul serio, mi insegnò tutti i trucchi del mestiere e soprattutto mi redarguì sulle cose da fare e quelle da non fare per sopravvivere alla responsabile, una furia quando si arrabbiava.
 “Brava. Varda, te ciapat la spuleta, te le metat dentar da chi, te la fet andà inanz e indrè, inanz e indrè, e intant cul pè te schisciat quel pedal chi sota e inscì te fet vegnì föra la trama e l’urdì. Te vedat?”[6] mi mostrò il funzionamento del telaio, le mani e i piedi si muovevano meccanicamente, veloci quasi da non distinguere un movimento da quello successivo.
 “Al so no se mi sarò bona da fa inscì svelta teme lè, sciura Ana”[7]le dissi titubante.
“Intant damm dal tì e ciamum Ana.  Pö te vedaret che, a füria da fall, te diventat svelta anca tì. Demm, sü, pröva tì”[8] mi rispose, con un cenno del mento verso il telaio che mi avevano affidato.
Mi sedetti alla mia postazione, afferrai la spoletta e mi concentrai per lavorare al meglio. Avrei raggiunto il mio obiettivo alla riconferma definitiva  alla Italo-Belga,non dovevo fallire:avevo una famiglia sulle spalle, adesso. Per tutto il giorno non alzai la testa dal telaio. Alla sera la responsabile venne a controllare la mia tela. Si avvicinò con aria diffidente, raccolse il tessuto trattenendolo con grazia nelle mani, inforcò gli occhiali da vista e lo esaminò attentamente. Io, nel frattempo, chiusi gli occhi e attesi tremante il verdetto.


[1] Si chiama come la Madonna. Che sia un segno del destino, per quanto ho pregato?
[2] “Questo è il tuo telaio.”
[3] “Cosa devo fare?”
[4] “Domandalo a Anna.” “Anna, vieni qui. Questa ragazza si chiama Teresa, è nuova, falle imparare. Mi raccomando, non mettetevi a chiacchierare, altrimenti prendo a botte tutte e due.”
[5] “Teresa, anche mia mamma si chiamava così, povera donna. Se vuoi rimanere qui dentro devi rigare dritta e farti gli affari tuoi. Altrimenti tra un paio di settimane quella arpia là ti licenzierà.”
[6] “Brava. Guarda, afferri la spoletta, la inserisci qui dentro, la fai scorrere avanti e indietro, avanti e indietro e nel frattempo pigi questo pedale qui sotto col piede e così crei la trama e l’ordito. Vedi?”
[7] “Non so se sarò in grado di essere così rapida, signora Anna.”
[8] “Intanto dammi del tu e chiamami Anna. Poi vedrai che, a furia di farlo, diventerai svelta anche tu. Dai, su, prova.”