lunedì 29 ottobre 2012

Tre


La mattina seguente indossai l’abito più bello che avevo, un paio di scarpe col tacco, scelsi un cappello alla moda, mi truccai decorosamente, sistemai i capelli all’indietro e uscii di casa in cerca di un lavoro. Entrai in tutti i negozi di Gallarate per chiedere se qualcuno avesse bisogno di un aiuto ma  dovetti tornare a casa a testa bassa, senza aver combinato niente di buono. Feci lo stesso l’indomani e il giorno dopo e quello dopo ancora finché non mi assunsero in prova nella tessitura Italo-Belga di Corso Sempione. Uscii dalla fabbrica che ancora mi tremavano le gambe dall’emozione e piansi, per il sollievo e per lo stress del colloquio, che durò quasi un’ora. Non ci potevo credere, avevo un lavoro. La paga non era malvagia. Certo, essendo in sei in famiglia non c’era da stare troppo allegri, però almeno potevamo pagare i debiti un po’ per volta e non perdere la faccia. “Dignità, Teresa, dignità” mi ripeteva sempre mio padre, e mi ripromisi di fare di tutto per assomigliargli il più possibile. Corsi a casa dalla mamma, aprii la porta d’ingresso e le saltai al collo appena la vidi.
“Mama, ga l’ho fai, mama! M’hann ciapàa a la Italo-Belga! Cuminci duman matina!”[1] le dissi concitata.
“Chi ca t’ha ciapàa? T’è truvàa un lavurà? Da bun? Oh Gesü, Gesü, grazie, grazie! Cünta sü, sa te vèt a fa cusè?”[2] mi chiese mia madre incredula.
 “Ma metan a lavurà süi telar, mama. Ma metan a fa la tila. Al ma par un bel lavurà, sum insema a tütt donn pusè grand da mì”[3] spiegai. Nel frattempo tutti i miei fratelli corsero intorno a noi chiedendo informazioni sul motivo di tanta frenesia.
Il primo problema era stato risolto:  mi sentivo forte come un leone, carica come una molla, tronfia per il mio successo e contemporaneamente spaventata a morte. Ma a quello avrei pensato l’indomani, adesso era giusto godersi il momento di gloria e convincersi che tutto sarebbe andato per il meglio.


[1]“ Mamma, ce l’ho fatta, mamma! Mi hanno assunta alla Italo-Belga!” (azienda tessile di Gallarate)” Comincio domani mattina!”
[2] “Chi ti ha assunto? Hai trovato un lavoro? Davvero? Oh Gesù, Gesù, grazie, grazie! Racconta, cosa andresti a fare?”
[3] “Mi mettono a lavorare sui telai, mamma. Mi mettono a tessere la tela. Mi sembra un buon lavoro, sono insieme a tutte donne più grandi di me.”