venerdì 26 ottobre 2012

Uno


Tante volte ho pensato come sarebbe stato il funerale di papà Antonio. Ero terrorizzata dalla morte; non la mia, sia chiaro, bensì quella delle persone che amavo. Quel giorno fu molto diverso da quanto mi ero immaginata: la chiesa gremita di gente, le lacrime, lo strazio. In chiesa non c’erano che pochi amici e i parenti stretti, la funzione fu breve e io non piansi. Mai. Mi sentivo anestetizzata, impassibile,  di ghiaccio. Non potevamo permetterci di soffrire, io e mamma Rosa, non ne avevamo il tempo, il denaro, la forza. Avevamo i bambini da guardare e i debiti da pagare. Organizzai il servizio funebre in fretta: fiori, tomba, bara, vestiti nuovi per i miei fratelli. Loro piangevano, io e mamma facevamo a turno per consolarli: Enrichetta, Antonietta, Luigia e Ernesto, tutti i miei fratelli più piccoli sul divano, con le lacrime agli occhi, lo sguardo inconsolabile. Vedere i bambini soffrire era straziante.
Pensavo che adesso papà non avrebbe più sofferto, nessuna calunnia ora che  riposava in pace.
Si era ammalato un anno fa. Era  stato operato all’ospedale di Gallarate: papà era giovane, aveva cinquantatré anni e ci avevano assicurato che avrebbe retto all’intervento, inevitabile se volevamo salvarlo. Invece papà non resse, ma non all’intervento.

Papà progettava e costruiva case in Argentina. Belle, in stile coloniale. Era emigrato alla fine dell’800 come tanti altri italiani prima di lui, per trovare fortuna. Si era imbarcato su un veliero e dopo un viaggio infinito di un mese era arrivato nella terra lontana. Ne aveva costruite tante di case, a Buenos Aires La mamma l’aveva sposata per procura. Che pazzia  sposarsi da lontano, senza guardarsi negli occhi. Allora si usava così. Anni dopo rientrò  in Italia e si mise a costruire case coloniali anche qui, a Busto Arsizio e a Gallarate, dove vivevamo noi.