giovedì 1 novembre 2012

Cinque


“Brava” disse. Aprii gli occhi e vidi che annuiva, soddisfatta. “Par vess ul primm dì, la va ben. Però baüscia no par quel ca t’ho dì, capìi? Te devat lavurà sempar mej, sa no quela lì l’è la porta. Via!”[1] fece segno muovendo la mano con piccoli scatti verso l’uscio, le dita unite, tese, lo sguardo severo che mi spaventò. Io ringraziai e annuii. Non aggiunsi altro.
“Mo va a cà a mangià” mi disse ancora. “Sa vedum duman matina, in urari, néh!”[2] e si allontanò.
Da quel giorno la Italo-Belga divenne la mia seconda casa, nel senso che ci passavo la maggior parte del tempo e Anna divenne un po’ una seconda mamma. Mi piaceva la sua compagnia silenziosa, era saggia e schietta quando le chiedevo un consiglio, pronta a proteggermi dalle altre colleghe allo scoppiare di qualche litigata.
Dopo un paio di anni mia sorella Antonietta venne a lavorare insieme a me e l’anno successivo ci raggiunse anche Enrichetta: da quel preciso momento cominciarono i guai.
Il problema di Enrichetta era legato alla sua ingenuità. Non capiva mai quello che doveva dire, o meglio, non capiva mai quando era meglio  tacere. Ascoltava le chiacchiere delle colleghe quando parlavano male di qualche altra donna; poi andava dall’interessata, oggetto di critica da parte della cricca, e le raccontava per filo e per segno tutto quello che aveva sentito, cominciando sempre la frase dicendo: “A duvaria minga dital, però…”[3] e vuotava il sacco.
La povera congiurata non poteva far altro che imbufalirsi con le altre e far scoppiare delle liti furibonde. Le grida e i battibecchi che interrompevano la produzione richiamavano l’attenzione della responsabile, che immancabilmente urlava: “Teresaaaa, vegn chì a ciapà sü la to surela, e portala via; sa no, chi inscì, ga demm tütt ‘na pell da bott!”[4]Mi precipitavo a trascinare via Enrichetta, che nel frattempo si era messa a piangere e gridava: “Ma mi a vurevi no, ho minga dì nagot da mal; ga l’hann tütt sü con mi, ho minga capìi ‘l parchè!”[5]


[1] “Brava. Per essere il primo giorno, va bene. Però non ti adagiare per quello che ti ho appena detto, capito? Devi lavorare sempre meglio, altrimenti quella che vedi là è la porta. Via!”
[2] “Adesso vai a casa a cenare.””Ci vediamo domani mattina. In orario, eh!”
[3] “Non te lo dovrei dire, però…”
[4] “Teresaaa! Vieni a riprenderti tua sorella e portatela via; altrimenti le daremo tutti un sacco di botte.”
[5] “Ma io non volevo dire niente di male! Ce l’hanno tutti con me e non so perché!”