sabato 24 novembre 2012

Diciannove


Il giorno della partenza mia madre e i miei fratelli mi accompagnarono alla stazione del treno. Restammo in silenzio per tutta la durata del tragitto, guardai la strada dritta davanti a noi. Ci saremmo più rivisti? Sarei arrivata sana e salva? Sarei riuscita a inviare notizie? E a riceverne da loro? I dubbi che non mi erano venuti in mente prima si snocciolavano tutti, uno sull’altro. Spaventata, anzi terrorizzata, mi sentii sempre più piccola.  Arrivati in stazione incontrai Livia Armani seduta sul suo baule, contornata da un numero imprecisato di bagagli che mi salutava con la mano. Sorrise. Mi venne da vomitare.
Mi voltai verso mia madre e la sommersi di abbracci e baci, scoppiammo a piangere tutte e due, non la volevo più lasciare. I miei fratelli si unirono all’abbraccio. Non me la sentivo di  staccarmi da loro, Non parto più. Forse ho deciso tutto troppo in fretta. Sono ancora  in tempo: adesso giro i tacchi e torno a casa.
Raddrizzai la schiena invece, mi feci coraggio, presi un bel respiro, sorrisi per tranquillizzare la mia famiglia. La mamma mi allungò una borsa di tela con lo sguardo di una madre che stava perdendo la figlia: “per il viaggio, se ti viene fame”. Controllai il contenuto, riconobbi il profumo della sua torta di mele, chiusi gli occhi, la ringraziai con un filo di voce.
Salii sul treno e le gambe erano pesanti come il piombo. Mi voltai a guardarli, tutti vicini, impalati, gli sguardi persi nel vuoto di chi non ha potere sul futuro.
“Non preoccupatevi, penso io alla Teresa!” cinguettò la Livia allegra “Dai Teresa, andiamo, il treno parte!”.
Alzai la mano in segno di saluto, le porte si chiusero, il  treno si mosse, mi portava via da casa.

Era il secondo viaggio in treno che facevo, dopo quello di qualche anno fa a Milano per l’esame da parrucchiera. Non mi ero mai allontanata da casa e già raggiungere Genova era una bella prova di coraggio.  Nelle quattro ore di viaggio Livia non fece che chiacchierare con una signora seduta accanto a noi, che sarebbe partita anche lei dal porto di Genova alla volta degli Stati Uniti.
Scendemmo dal treno, scaricammo con fatica i bagagli: io scaricai i miei e la Livia chiese aiuto a due signori che stavano seduti due posti avanti  a noi per spostare il suo set di valigie giù dal treno.
Ci incamminammo lentamente verso il porto. Vidi una nave enorme che si ergeva sul mare e diventava sempre più grande man mano che ci si avvicinava al Ponte dei Mille.