venerdì 16 novembre 2012

Quindici


Dalla mattina seguente cominciai a preparare la valigia e mi concentrai alla volta della partenza. Cosa avrei potuto portare con me in Africa? Le spazzole ovviamente, i pettini, i bigodini, il ferro per arricciare i capelli; e poi becchi d’oca, forcine, guanti, liquido per la permanente e per le tinte. Decisi di portare con me anche un casco: tanto al negozio ce n’era uno che cresceva, avrei portato via quello. Recuperai il necessario e ammassai tutto in un angolo della camera che condividevo con Luigia.
“Mi sembri una formica impazzita” entrò in camera  mia sorella; seduta sul suo letto dondolava una gamba.
“Ti va di darmi una mano?”
“No, altrimenti diventerei complice”
“Complice di cosa?”
“Se ti aiuto a fare le valigie è un po’ come dire che sono contenta che tu te ne vada” non riuscì a finire la frase e scoppiò a piangere.
“Dai Luigia” abbandonai le spazzole sul letto e la abbracciai “non me ne vado per sempre, sto là un po’ e poi quando mi stufo ritorno, te lo prometto. Adesso mi aiuti? Non ce la faccio a preparare tutto da sola”
“Ti aiuto, ti aiuto” Luigia si alzò a malincuore dal letto e sparì dalla camera, rientrando poco dopo con in braccio una grossa valigia.
“Era del papà, quella che ha usato per tornare dall’Argentina” la appoggiò sul pavimento. La esaminammo insieme.
Adesso era a me che veniva da piangere. Mi voltai verso il muro e aspettai che passasse.
“Questa la puoi usare per i tuoi vestiti. Per il lavoro ti conviene farti costruire una cassa dal falegname”
“Grazie Luigia”
“Prego Teresina” mi abbracciò.