domenica 18 novembre 2012

Sedici


Quella di papà era una valigia in pelle marrone, resistente e ampia. Seguii il consiglio di Luigia e la riempii di vestiti estivi, due maglioni di lana, due paia di scarpe comode: una per la pioggia e una per tutti gli altri giorni.
“Tieni anche questa” Luigia mi porse la sua camicia da notte bianca a pois rosa.
“Ma è la tua camicia da notte preferita!”
“Sì, voglio che la porti con te, così quando andrai a dormire penserai a me, a noi”
Presi la camicia e la infilai in valigia senza guardarle Luigia che si rimise a piangere in silenzio.
“Piantala di piangere, piuttosto vammi a prendere due paia di lenzuola con le federe coordinate per piacere”
Luigia obbedì e depennai anche le lenzuola dalla lista di cose da portare che mi ero preparata.
“Le lenzuola che ti ha dato la Luigia non vanno bene. Toglile dalla valigia” La mamma era lì ferma sulla porta della camera, con in mano un grosso pacco avvolto nella carta.
Interruppi i preparativi. Aveva lo sguardo triste, le tremava un po’ il labbro inferiore ma non pianse, resistette.
“Togli quelle lenzuola ti ho detto. Metti queste. Fanno parte della tua dote, le ho ricamate io. Vedi? Sono di lino. È piacevole dormire nel lino, soprattutto se fa caldo. Tienile, portati queste” la mamma scartò il pacco e stese le lenzuola in controluce mostrandomi i ricami. Poi le ripiegò con cura e le adagiò in valigia; mi appoggiò una mano sul braccio, me lo strinse e poi allentò la presa e mi accarezzò. Abbandonò la stanza; appena uscita, sentii il vuoto dentro e provai a immaginare quanto mi sarebbe mancata laggiù da sola, in Africa.
“Teresa ti ho portato una cosa” Ernesto mi raggiunse insieme a Enrica.
“Cosa mi hai portato?”
“La mia fionda. Può servire e poi anche il mio coltellino, quello che uso per tagliare le zampe alle lucertole”
“Ma che schifo Ernesto!”
“Guarda che è un coltello svizzero! Può esserti utile anche come arma di difesa”
“Arma di difesa? Ernesto, non ho mai dato una sberla a nessuno io e il coltello lo uso solo per cucinare. Mi ci vedi in giro per le vie di Mogadiscio a sgozzare lucertole?”
“Non è da usare contro le lucertole, scema. Contro gli africani! Che ne sai di come sono? Ne hai mai visto uno? Lo sai che sono neri? E magari pure pericolosi assassini?”
“Sì lo so che sono neri” l’idea di un uomo nero, adesso che ci penso, mi spaventava. E se davvero fossero pericolosi? Allontanai il pensiero dalla testa altrimenti avrei cambiato idea e non sarei più partita.
“Io ti ho portato questa” Enrichetta mi mostrò una foto della nostra famiglia scattata quando papà era ancora vivo. Ci siamo tutti: io, Luigia, la mamma e il papà, Ernesto, Enrica, Antonietta e Luigia.
“Grazie Enrichetta, questa sì che mi servirà. La terrò sempre con me, così anche voi vedrete un po’ di Africa”
“Teresa, se poi decidi di rimanere là e ci si sta bene quasi quasi poi ti raggiungo anch’io” Il viso furbo dell’Antonietta fece capolino dalla porta. “Adesso siamo al completo. Volete darmi una mano, invece di stare qui a ciondolare tutti quanti?” Li scacciai dalla camera e loro uscirono in fretta.
“Vado in cucina a prenderti la caffettiera! Ne abbiamo una vecchia per tre persone che non usiamo mai: portatela via, almeno un caffè sei sicura di riuscire a fartelo” Enrica urlò dalle scale mentre si sentivano rumori di antine della cucina sbattere.