sabato 3 novembre 2012

Sei


La mia terza sorella Luigia voleva fare la maestra: le piacevano i bambini e insegnare era il suo sogno. “L’è un misté da spüzeta”[1] le diceva sempre mio padre quando lei esternava il suo desiderio.“ L’è no un mistè ca va ben par tì.”[2]  Luigia correva in camera sua e si buttava sul letto a piangere. Alla fine compiuti diciotto anni, raggiunse me, Antonietta ed Enrichetta alla fabbrica di tessuti, controvoglia.
Dopo un anno Luigia mi disse: “Teresa, mi ga la fo pü a lavurà inscì. Ho pensàa ‘na roba.”[3]
 “Oh mama, Luigia, cus’è ca t’è pensàa, mò!”[4]
 “Ma piasaria fà la parüchera. Pensa. Fa i cavei a tütt i sciur da Galarà, fa sü i canelott cunt ul fer, ta par minga ‘na bela idea?”[5]
“Al so no. Famigh pensà”[6] mi immaginai per un momento Luigia con in mano l’arricciacapelli mentre sistemava un’ipotetica cliente e l’idea mi fece sorridere. Decisi comunque di pensarci su.

Il primo aprile del 1930, al numero nove di via Manzoni, Luigia aprì il suo negozio di parrucchiera per signore. Io lasciai il lavoro sui telai e raggiunsi mia sorella, perché dopotutto l’idea non era malvagia  e sarebbe stato stimolante avere un’attività in proprio dove noi due saremmo state a capo di noi stesse. L’unico mio cruccio era per Enrichetta: chi si sarebbe fidato a lasciare sola quella combina guai alla tessitura?  Per fortuna Antonietta decise di rimanere alla Italo-Belga per sorvegliarla e tirarla fuori dai guai.
Cominciammo a ricevere le prime clienti un giovedì, perché aprire un’attività al venerdì porta male e le signore vanno a farsi i capelli in vista del  fine settimana. Eravamo completamente inesperte e senza alcuna nozione in materia: ci guidarono il buon gusto e la fortuna. La pettinatura che più andava di moda erano i “moccolotti”, dei boccoli che scendevano ordinati sulle spalle, uno accanto all’altro formando una serie di riccioli verticali tutti intorno alla testa. Per farli bisognava scaldare sulla stufa un ferro che col calore piegava i capelli fino a farli rimanere della forma desiderata, a boccolo, appunto. Bruciammo i capelli di una ventina di donne, che infuriate se ne andarono dal negozio urlando e soprattutto senza pagare il conto. Non parliamo poi dell’argomento colore, che ancora adesso se ci penso arrossisco dalla vergogna. Successe che la signora Locatelli ci chiese di tingerle i capelli del colore “delle spighe di grano mature”, per usare le sue parole. Io e Luigia, dopo esserci scambiate uno sguardo basito, in evidente stato di panico provammo a confezionare una crema mescolando a caso delle polveri che avevamo comprato da un rappresentante di articoli per parrucchieri.  Ungemmo i capelli della signora con l’intruglio cremoso e la lasciammo in posa per una ventina di minuti, sotto l’aria calda proveniente da un casco asciuga-capelli. Ogni tanto la osservavamo da una certa distanza, preoccupate di vedere il risultato finale.
Scaduto il tempo della posa, Luigia lavò i capelli alla signora, io le stavo accanto. Posizionammo un asciugamano bianco a mo’ di turbante sul capo della Locatelli e la accompagnammo a sedersi davanti allo specchio della sala, nella postazione dell’asciugatura dei capelli per mezzo del phon.

[1] “E’ un mestiere da snob.”
[2] “Non è un mestiere che va bene per te.”
[3] “Teresa, io non ce la faccio più a lavorare in questo modo. Ho pensato a una cosa.”
[4] “Oh mamma, Luigia, a cosa hai pensato adesso?”
[5] “Mi piacerebbe fare la parrucchiera. Pensa. Acconciare tutte le signore di Gallarate, fare i boccoli con il ferro caldo, non ti sembra una bella idea?”
[6] “Non lo so, fammici pensare.”