domenica 4 novembre 2012

Sette


Levammo il turbante e la signora cacciò un urlo che mi perforò le orecchie. Azzurro. Non proprio azzurro intenso… un colore indaco, bluastro, un po’ simile ai capelli della fata turchina.
“Oh Madona, Signur, Teresa, che culur l’ha ma fai ai cavei!”[1] gridò la signora, isterica.
 “L’è no un brütt culur… Ul so omm la cugnuss pü stasira quand c’al vegn a cà dal lavurà”[2] le dissi io trattenendo a stento le risate.
 Luigia corse nel retro bottega a ridere e il chiasso delle sue risa non piacquero alla signora Locatelli, che non tornò più a farsi pettinare da noi. Non aveva senso dell’umorismo, quella donna. Peccato.
Piano piano però, a furia di sbagli, diventammo brave e non solo pettinavamo le donne di Gallarate, ma persino degli altri paesi vicini! In bicicletta, percorrevano una decina di kilometri per colorare i capelli, farsi fare i boccoli o un taglio alla moda.
Lavoravamo sempre, tutto il giorno e quando venivano a suonarci il campanello di casa alla domenica mattina non osavamo dire di no: lavoravamo anche nei giorni di festa. Era stancante ma divertente. Per ogni cliente ci inventammo un soprannome: c’era l’Antonietta della filatura, c’era la signora Due Cannétte, che era chiamata così perché era toscana e quando entrava ci chiedeva “Ovvia, me le fate due cannétte per piacere?” con un accento diverso dal nostro che ci faceva parecchio ridere. C’era la Peguratta,[3] con un odore addosso terribile di pecora e la Gina dei cani, che si occupava di tutti i cani abbandonati. La loro presenza si sentiva parecchio, soprattutto a livello olfattivo: insomma puzzavano come delle carogne e per questo avevano sempre la precedenza su tutte le altre clienti in modo da impestare il negozio il meno possibile.


[1] “Oh Madonna, Teresa, che colore mi ha fatto ai capelli?”
[2] “Non è un brutto colore… Suo marito non la riconoscerà questa sera quando tornerà dal lavoro.”
[3] La Pecoraccia.