domenica 25 novembre 2012

Venti


Mi bloccai al suolo, guardai il lembo di mare che si intravedeva tra la terra ferma e il transatlantico; poi guardai in su quel bestione del mare, maestoso, mi spaventava e  affascinava allo stesso tempo. Così alta e così grande è impossibile immaginarla fluttuare nel mare senza affondare! Mi mancava il respiro, la testa girò, forse persi i sensi per un attimo. Mi ritrovai accasciata sul mio baule, Livia mi aiutò ad alzarmi.
“Va tutto bene?”
“Tutto bene, grazie, solo un capogiro” la rassicurai.
Ci arrampicammo sul  ponte attraverso il quale saremmo saliti a bordo del “Principessa Maria”. Livia attraversò in fretta il ponte e salì a bordo, dietro di lei i suoi bagagli sotterravano quattro facchini. I miei piedi si inchiodarono. Mi tremavano le gambe, le braccia e anche i denti dalla paura.
Vado o non vado, pensai, resto o non resto. Vado o non vado. Oh, o la và o la spacca. Vado. Speriamo almeno che il nome della nave sia segno di protezione! Madonna Mia, aiutami tu.
Trattenni il respiro, camminai decisa sulla passatoia e salii a bordo. “Buongiorno signorina, benvenuta a bordo” mi disse un marinaio in uniforme bianca mentre mi aiutava con i bagagli. “Buongiorno” risposi con un filo di voce respirando l’odore acre della nave per la prima volta.
Un altro marinaio condusse me e Livia Armani nella cuccetta che ci era stata assegnata alla prenotazione del biglietto.
“Livia, non avresti dovuto comprare il biglietto in prima classe anche per me: non è giusto”
“Oh Teresa, ancora con questa storia. Ti ho già detto di non preoccuparti”
“A me non piace essere in debito e poi mi piacerebbe pagare una quota per l’affitto della stanza in casa vostra”
“Facciamo così: io ti ospito e tu, ogni volta che avrò bisogno la piega ai capelli, non mi farai pagare. Va bene? Adesso però andiamo in cabina, sono curiosa di vedere com’è!”

Camminammo nella pancia della nave lungo corridoi stretti avanzando a fatica a causa delle numerose persone che intralciavano il tragitto mentre sistemavano i bagagli nelle cabine. Il marinaio si fermò davanti alla nostra e porse a Livia la chiave.
“Dai Livia, va dentar”[1] dissi a Livia dandole del tu, come avevamo deciso durante il viaggio in treno.
Mi fece cenno di sì col mento e girò la chiave nella toppa.
La cabina numero sedici bis  (il diciassette porta male in mare) era un alloggio in prima classe. Accesi la luce e ci guardammo intorno. Le pareti erano tutte ricoperte di velluto giallo ocra; due lettini  uno accanto all’altro erano ricoperti da due copriletti rosso scuro. Lo stile era barocco e un po’ sfarzoso ma la sensazione generale che dava la stanza era piacevole e mi rilassai un attimo.
Bussarono alla porta, sussultammo. Lo stesso marinaio che ci aveva accompagnate poco prima ci consegnò i bagagli nell’angolo della stanza; rimase immobile in attesa di una mancia che Livia non tardò ad allungare. Rimaste sole, cominciammo a sistemare i vestiti all’interno dell’armadio che avevamo a disposizione.


[1] “Dai, Livia, entra”