venerdì 14 dicembre 2012

Trentadue


Dieci giorni di tempesta più tardi, durante la notte si percepì un’insolita sensazione di calma. La nave spense le caldaie e lentamente si fermò: il capitano Vascello diede l’ordine di  dare fondo alle ancore. Il silenzio assordava,  il mare e il vento avevano smesso di ululare, una luna tonda ci spiava dietro le nuvole rade. Sui ponti e dagli oblò spuntarono alla chetichella centinaia di persone che  fissavano il nero del mare e le catene delle ancore che si inabissavano nel liquido salmastro.
La voce di un uomo dietro di me lanciò un grido .
“Africa! Africa!” Urlò tutta la voce che aveva in petto, si guardò intorno in cerca di conferme negli altri volti assonnati.
Un brusìo tra la folla si trasformò in un unico grido,  “Africa! Africa!” e allora urlai anch’io, “Africa! Africa!” abbracciai la Livia, eravamo salve, vive, in Africa.
Mogadiscio si svegliò, ci scrutò mostrando timida i contorni delle sue abitazioni basse e squadrate alle prime luci dell’alba. Il frastuono e l’eccitazione generale ci ubriacarono per tutta la notte mentre  preparavamo i bagagli da sbarcare nel continente.
“La senti la voce dell’Africa, Teresa? Ci sta chiamando. Arriviamo, Africa!” Il capitano dettò le disposizioni per lo sbarco, che sarebbe durato qualche giorno. Prima avrebbero sbarcato le persone e poi in un secondo momento i bagagli, gli animali e le merci custodite nella stiva. Da lontano si scorsero tante barche più piccole che partirono dalla riva e circondarono la nostra nave.