giovedì 20 dicembre 2012

Trentaquattro


Vinsi la resistenza dell’acqua e mi trascinai sulla spiaggia. Caddi, mi abbandonai sulla sabbia, rotolai a pancia in su, allargai le braccia e respirai l’aria calda e afosa di Mogadiscio. Infilai le mani nella sabbia rossiccia e grossa, rispetto a quella che ero abituata a vedere nel mare della Liguria. L’umidità della sera mi appiccicò addosso il vestito come una seconda pelle. In cielo le stelle erano venute a guardare lo spettacolo di trecento disperati che arrancavano sulla sabbia come tante tartarughe marine per raggiungere il nido. Ne fissai una e decisi che quella era il mio papà, che mi avrebbe protetto da lassù… Lui era qui con me in Africa, mi sentii meno sola.
“Grazie Signore” pregai a bassa voce. “Sono salva, viva e sono in Africa!”
Livia mi raggiunse di corsa abbracciata al marito, il tenente Armani che da una parte sorreggeva la moglie e dall’altra i nostri due bagagli a mano.
“Lei deve essere la signorina Teresa!” il signor  Armani mi porse la mano destra col palmo verso l’alto in attesa di farmi il baciamano. Un uomo alto, vestito con la divisa dell’esercito italiano, lo sguardo sincero, un atteggiamento marziale e cordiale allo stesso tempo.
“Sono io, piacere” risposi alzandomi goffamente e rassettando un po’ la gonna con le mani.
“Sarete esauste e affamate. Venite, vi porto a casa. Lì potrete farvi un bel bagno e mettere qualcosa sotto ai denti. Ho fatto preparare una bella cena di benvenuto dalla nostra cuoca”.
“Speriamo cucini bene. È italiana, vero?” Chiese Livia.
“No, è somala, si chiama Bahati, ma siccome è complicato le ho chiesto se possiamo chiamarla Bati. Non te ne ho parlato nella mia ultima lettera, tesoro?”
“No, non mi pare di avere letto niente in proposito” rispose Livia, stizzita.
“Avevo capito che la cuoca era italiana” continuò.
“Nessuno della servitù è italiano, c’è Bati e poi Ima, che bada alla casa” tagliò corto il signor Armani.