sabato 29 dicembre 2012

Trentasei


Il tenente Armani mostrò con disinvoltura la città, mentre io e Livia giravamo le teste in ogni direzione per riuscire a seguire la spiegazione.
“Più avanti sulla destra c’è l’Autoparco Governativo, vedete? C’è un bel giardino intorno, ben curato”
Dai giardini delle case si intravedevano una varietà infinita di fiori colorati dalle tonalità intense. “Quanti fiori” esclamai estasiata.
“Stanno finendo le piogge, vedrà tra qualche settimana, sarà un’esplosione floreale. Le piacciono le orchidee? Qui è pieno! Ah, prima sulla destra abbiamo sorpassato il Palazzo del comando delle forze armate, il Palazzo del Governatore, dalla facciata in stile moresco. C’è lì accanto anche una farmacia, nel caso in cui doveste averne bisogno.”
“Bene, non si sa mai” Livia commentò pensierosa.
“Qui sulla sinistra c’è la Ferrovia e noi la oltrepassiamo e vi mostro la Casa del Fascio, in piazza 4 Novembre. Più avanti sulla sinistra c’è la Villa Vicereale ma è troppo lontana, ci andremo un’altra volta”
“Meno male” Livia mi disse a mezza voce. Abbassò i finestrini dell’auto fino in fondo e cercò un po’ di refrigerio nell’aria umida che entrò violenta nell’abitacolo spettinandoci i capelli.
“Oh no, i miei capelli!” Livia si pettinava infastidita.
“Peccato, perché dalla Villa si gode un panorama eccezionale. Più in là c’è il villaggio di Uardiglei e la Stazione Marconigrafica ricevente della Marina. Eccoci arrivati a casa” Ottavio Armani scese dalla macchina e aprì cortesemente la portiera a Livia, che sedeva accanto a me. Dopo di lei scesi io.

Le case destinate agli ufficiali dell’esercito erano state costruite subito fuori dal centro della città di Mogadiscio, al di là della ferrovia, in un piccolo villaggio a parte in via Zoni, separato dal resto delle altre abitazioni destinate alla popolazione locale.
Entrammo in una casa bianca in stile coloniale alta tre piani. Ci accolse una domestica con la pelle scura, gli occhi neri e vellutati, il portamento regale e l’aria buona che ci salutò con un inchino dicendo  “benvenute Signore” pronunciato in maniera buffa. Indossava un vestito colorato con dei disegni damascati e portava un turbante fatto con la stessa stoffa del vestito.
“Prego, accomodatevi, entra Livia cara. Questa sarà la nostra casa. Ti piace? Lei è Ima, la domestica. Ecco, questa è la sala da pranzo” il tenente Armani ci mostrò le stanze della casa. Erano ben curate, arredate con mobili in legno chiaro. Mi sorresse il muro della cucina, appoggiai la schiena e scoprii con sorpresa quanto fosse ancora caldo dal sole dei tropici del pomeriggio: mi venne da toccarlo con la mano, era ruvido, primitivo, polveroso, speziato e colorato come questa terra straniera. Mi venne sete.