martedì 18 dicembre 2012

Trentatre


Il porto di Mogadiscio non era come quello di Genova. La costa era protetta da un’insenatura ma non esisteva una banchina alla quale il piroscafo potesse attraccare. Il comandante spiegò che non potevamo avvicinarci oltre alla costa perché l’acqua nel porto era bassa e un piroscafo come quello sul quale avevamo viaggiato “pesca di più”, cioè aveva bisogno di un fondale più profondo per stare a galla. Dalle  scale a pioli in corda che raggiunsero il pelo dell’acqua cominciarono a sbarcare i passeggeri dalla “Principessa Maria”. Salivano a bordo di piccole imbarcazioni intorno al piroscafo e cominciavano a raggiungere la spiaggia di Mogadiscio. Io e Livia riuscimmo a raggiungere una delle scale reali solo nel tardo pomeriggio.
La scala era sospesa e non c’era protezione sotto. Se fossi scivolata, sarei caduta in mare e sarei morta.  Mi conveniva togliere le scarpe. Tremando come una foglia mi attaccai alle funi della scala percorrendola molto lentamente finché sentii una mano afferrarmi la caviglia. D’istinto cacciai un urlo e mi aggrappai ai pioli più che potevo.
“Non  preoccupa signora, io aiuto” disse una voce gentile. Un ragazzo alto e scuro come il caffè afferrò la gamba,  mi imbarcò a bordo della scialuppa e sfoderò un largo sorriso. Ricambiai, ringraziando, mi sedetti su un’asse di legno insieme ad altre venti persone.
Tremai per tutto il tempo della traversata, che forse era durata solo dieci minuti o poco più. Le acque si fecero sempre più limpide, dietro di noi il sole si infiammò e si spense nel mare, in un attimo era già buio. La barca si avvicinava alla riva finché un lieve tonfo sordo bloccò la prua nella sabbia. Ci alzammo tutti in piedi, la scialuppa ondeggiò e per poco non cademmo tutti in acqua. Mi aggrappai alla persona accanto a me senza neanche guardarla in faccia.
“Scusi” le dissi poi, appena ebbi il coraggio di staccargli le mani dalla camicia.
“Prego, la aiuto a scendere” mi rispose un uomo con un forte accento veneto.
In piedi  accanto alla barca, l’acqua alle ginocchia, quattro uomini scuri  afferrarono le mani di noi passeggeri pallidi e stravolti da un viaggio infinito. Uno di loro mi porse  la mano, con l’altra mi cinse la vita e con un balzo finii in acqua bagnando  il vestito fino alle cosce. L’acqua era tiepida e piacevole, mi svegliò da un torpore che durava ormai da quaranta giorni.