lunedì 10 dicembre 2012

Ventinove


Due giorni più tardi il vento non accennava a diminuire. Il comandante ci informò tramite un megafono che eravamo nel mezzo di una tempesta con “mare forza sei”. Raffiche di vento non davano tregua e onde altissime si accavallavano contro l’imbarcazione una dietro l’altra. L’equipaggio si aggirava lungo il ponte principale ben legato con delle cime per evitare di finire in mare.
“Ce la faremo? Ho paura” mi rivolsi al primo marinaio che incontrai sottocoperta.
“Non si preoccupi signorina, l’importante è che non vada fuori sul ponte. In queste occasioni è sempre meglio rimanere all’interno”
“E se qualcuno cadesse in mare?”
“Speriamo non succeda, signorina”
“Perché? Non lo salverebbe nessuno?”
“Con queste onde sarebbe impossibile salvare chiunque cadesse in mare. Anche se il malcapitato fosse un abile nuotatore, la corrente lo trasporterebbe velocemente lontano dalla nave e… insomma, mi creda: meglio rimanere dentro e non cadere” il marinaio mi salutò mettendosi sull’attenti e si allontanò velocemente. Avevo ancora più paura.
Livia era in camera, sdraiata sul letto, da un giorno intero: si rifiutava di mangiare -sarebbe cibo sprecato: tanto lo avrebbe vomitato qualche minuto dopo averlo ingerito – guardava il soffitto, con una vocina stonata emetteva una specie di lamento senza fine:
“Mio Dio, mio Dio, fammi arrivare sana e salva, mamma mia che nausea, Gesù aiutaci tu, ma chi me l’ha fatto fare, stavo tanto bene a Gallarate nella mia bella casa, maledetto il giorno che l’ho sposato, quell’uomo! Era meglio Giovanni, l’industriale di Busto Arsizio come diceva mia madre! Ah, se le avessi dato retta a quest’ora sarei in vacanza sulle Dolomiti, altro che Africa!”Rimasi con lei ancora un po’, poi sentii delle urla in lontananza, il tonfo dei passi di corsa nel corridoio fuori dalla cabina ci misero in guardia.