lunedì 3 dicembre 2012

Ventiquattro


Il viaggio non finiva mai;  restavo a fissare l’orizzonte per ore, il cielo si confondeva con il mare. La nave avanzava lenta e una notte una lingua di fuoco catturò la mia attenzione. Provai a svegliare Livia ma il suo era un sonno pesante. Guardai da sola lo spettacolo dello Stromboli che mi salutava col suo bagliore rosso. Il giorno seguente comparvero i monti della Calabria e si distinse lo stretto di Messina. La traversata dello stretto fu talmente emozionante da farmi trattenere il respiro per la maggior parte del tempo: sulla sinistra distese di agrumeti ai piedi dell’Aspromonte, a destra migliaia di case incorniciavano la costa della Sicilia e di fronte l’imponente mole dell’Etna.  
Avevo conosciuto pochissime persone da quando eravamo partiti, Livia invece si stava divertendo. Al pomeriggio giocava a carte con altre mogli di ufficiali, dopo cena si fermava a ballare fino a tardi.
Livia parlava di me alle sue nuove conoscenze e mi procurava qualche cliente: per fortuna avevo l’asciugacapelli nella borsa a mano insieme alla spazzola e riuscivo a raggranellare qualche lira facendo la messa in piega.
“Lei è brava, Teresa. Le dispiace se quando saremo a Mogadiscio la ricontatterò per farmi tagliare i capelli? Anche io mi trasferisco laggiù, sa, mio marito lavora in ambasciata” Tecla Bianchi, una signora che dormiva nella cabina accanto alla nostra mi chiese di farle la piega una volta alla settimana. Avevo trovato la mia prima cliente fissa.
“Certo signora Bianchi, mi farà piacere. Sa, all’inizio verrò io a casa sua ma spero di potermi permettere ben presto di aprire un negozio a Mogadiscio” le confessai il mio desidero nascosto, sarebbe stato bello poterlo realizzare.