mercoledì 5 dicembre 2012

Ventisei


Aprii la porta a vetri che dava sul ponte e una ventata d’aria calda e umida ci travolse. Ci guardammo negli occhi e scoppiammo a ridere, poi corremmo fino alla balaustra che proteggeva i passeggeri dal vuoto e dalle onde.
“Siamo quasi arrivati, questo è l’imbocco del canale di Suez” disse un signore alla donna che gli stava accanto con un accento napoletano
“Non siamo a Mogadiscio?” gli chiesi, delusa.
“No signora, questo è il canale di Suez, che unisce il Mediterraneo al Mar Rosso. Manca poco all’arrivo al porto di Mogadiscio” mi rispose.
“Poco quanto?” gli chiesi senza convenevoli.
“Tre, quattro giorni” mi disse pensieroso allargando le braccia. “Il canale si può attraversare alla velocità massima di sei Miglia all’ora”.
Restammo in silenzio cercando di capire a che altezza fosse  esattamente questo canale rispetto alla meta.
Corremmo sul ponte attraversandolo da una parte all’altra. Stavamo scivolando all’interno di due lembi di terra strettissimi tra loro. Decine di barche di venditori ambulanti assediarono il piroscafo che imperterrito non cambiò la sua rotta e avanzava lento.
Sulla sponda destra si intravidero le case basse degli indigeni, su quella sinistra un monumento commemorativo della difesa del canale durante la guerra europea, come mi spiegò il signor Franco, che insieme alla moglie Elvira stava guardando con me e Livia lo spettacolo del passaggio della Principessa Maria nel Canale di Suez.