domenica 2 dicembre 2012

Ventitre


Erano troppe le persone che popolavano quella nave. Ovunque mi trovassi c’era qualcuno che mi osservava, salutava con un cenno, mi raccontava la sua storia. Come quella di Caterina, che veniva da Padova e doveva andare in Libia a raggiungere Nicola, suo marito. Si erano sposati un anno fa e non si vedevano da otto mesi. Lui era partito per l’Africa e non aveva nemmeno fatto in tempo a dirgli che era rimasta incinta. Caterina si accarezzava il ventre sporgente mentre mi parlava e guardava lontano in direzione della prua, come se vedesse già il contorno del continente nero. Si commosse, aveva un po’ paura della reazione che avrebbe avuto Nicola vedendola così cambiata dall’ultima volta. Si erano scritti qualche lettera ma non aveva avuto il coraggio di fargli sapere che sarebbe diventato presto papà. “Certe cose vanno dette in faccia” mi disse col tipico accento veneto. Le chiesi come avrebbe chiamato il bambino. Marco mi rispose, se sarà maschio e Michela se sarà femmina. Restammo insieme un paio d’ore, anche io le raccontai brevemente il motivo per cui ero sulla nave. Non scesi troppo nei particolari però, preferivo ascoltare, sono abituata così.
Certi giorni  salivo sul ponte più alto della nave e  guardavo il mare. Il vento invernale ululava al punto da farmi proteggere le orecchie con le mani. Il mare grosso si infrangeva contro lo scafo. Quando pioveva sembrava di stare su una nave fantasma, si navigava nella nebbia verso una destinazione invisibile. Lontano, da qualche parte sulla sinistra, c’era la nostra Italia e anche se non si vedeva a causa del brutto tempo, mi immaginavo le coste toscane, d’estate, con le spiagge piene di bagnanti; e poi scendere giù verso Roma e scorgere tutti e sette i colli che cingono la capitale; immaginavo di oltrepassare Ponza, Ischia. Un giorno dal cielo particolarmente limpido riuscii addirittura a intravedere il golfo di Napoli, incantevole come lo descrivono tutti e a riconoscere il contorno del Vesuvio.
 
Erano troppe le persone che popolavano quella nave. Ovunque mi trovassi c’era qualcuno che mi osservava, salutava con un cenno, mi raccontava la sua storia. Come quella di Caterina, che veniva da Padova e doveva andare in Libia a raggiungere Nicola, suo marito. Si erano sposati un anno fa e non si vedevano da otto mesi. Lui era partito per l’Africa e non aveva nemmeno fatto in tempo a dirgli che era rimasta incinta. Caterina si accarezzava il ventre sporgente mentre mi parlava e guardava lontano in direzione della prua, come se vedesse già il contorno del continente nero. Si commosse, aveva un po’ paura della reazione che avrebbe avuto Nicola vedendola così cambiata dall’ultima volta. Si erano scritti qualche lettera ma non aveva avuto il coraggio di fargli sapere che sarebbe diventato presto papà. “Certe cose vanno dette in faccia” mi disse col tipico accento veneto. Le chiesi come avrebbe chiamato il bambino. Marco mi rispose, se sarà maschio e Michela se sarà femmina. Restammo insieme un paio d’ore, anche io le raccontai brevemente il motivo per cui ero sulla nave. Non scesi troppo nei particolari però, preferivo ascoltare, sono abituata così.
Certi giorni  salivo sul ponte più alto della nave e  guardavo il mare. Il vento invernale ululava al punto da farmi proteggere le orecchie con le mani. Il mare grosso si infrangeva contro lo scafo. Quando pioveva sembrava di stare su una nave fantasma, si navigava nella nebbia verso una destinazione invisibile. Lontano, da qualche parte sulla sinistra, c’era la nostra Italia e anche se non si vedeva a causa del brutto tempo, mi immaginavo le coste toscane, d’estate, con le spiagge piene di bagnanti; e poi scendere giù verso Roma e scorgere tutti e sette i colli che cingono la capitale; immaginavo di oltrepassare Ponza, Ischia. Un giorno dal cielo particolarmente limpido riuscii addirittura a intravedere il golfo di Napoli, incantevole come lo descrivono tutti e a riconoscere il contorno del Vesuvio.
C’era un odore salmastro su questa casa galleggiante: nelle cabine, nei saloni, nei corridoi, dappertutto. Chissà che odore troverò a Mogadiscio e come sarà la gente, se mi troverò bene, se farà caldo come dicono tutti. Lì sopra si gelava, l’umidità entrava nei vestiti, si insidiava nelle ossa e non se ne andava più.