domenica 9 dicembre 2012

Ventotto


Il tempo il giorno dopo si guastò, montò il vento, il mare increspato arrivava a formare onde alte più di cinque metri. L’equipaggio era esausto dopo un mese di mare, si leggeva dai volti e noi passeggeri non ci aspettavamo questa mareggiata che metteva a dura prova tutti quanti. “È il Der, il secondo monsone” ci spiegò Franco mentre tentavamo di giocare a carte su un tavolino instabile come tutto il resto della nave.“Il Der? Mio marito, il Capitano Armani, non me ne ha mai parlato. Strano, lui mi ha detto tutto sull’Africa: si vede che questo Der gli è sfuggito” Livia parlò, poi scartò un due di picche.
“Il Der è il nome del secondo monsone. In Somalia sono due i periodi durante i quali piove a dirotto ininterrottamente per circa un mese. Il primo è da aprile a maggio e si chiama Monsone di Gu. Il secondo, intorno a novembre, come vi dicevo, è il monsone di Der. Tra un monsone e l’altro c’è un periodo di bel tempo che i somali chiamano Tanganbili, che nella lingua locale significa tra due vele”.
“Elvira, lei è mai stata a Mogadiscio?” Domandai con gentilezza alla moglie di Franco, che ancora una volta aveva lo sguardo assente e privo di interesse per le informazioni che Franco, per  fortuna, snocciolava a ogni mia richiesta.
“No, questa è la prima volta. Spero che sia anche l’ultima” Elvira bevve un sorso di acqua tonica dal suo bicchiere e pescò una carta, annoiata.
Franco si rabbuiò e lo sguardo diventò triste. Distolse lo sguardo dalla moglie per dirigerlo verso l’orizzonte, il tremolio del labbro inferiore tradiva il suo stato d’animo.
“Uh, io non ne posso già più di questo viaggio infinito. Ho la nausea perenne, come le donne in stato interessante. Spero che mio marito non mi proponga mai più di andare in mare, nemmeno per una gita lungo la costa somala: non voglio più vedere una nave da qui all’eternità” Livia cominciava a innervosirsi e come lei tanti altri passeggeri. I giorni sulla nave erano lunghi e sempre uguali; questa tempesta alla fine di un viaggio che stava stremando tutti proprio non ci voleva.
Il porto di Mogadiscio non arriva mai. Le onde forti e impietose scuotevano la nave come fosse di carta velina. Il pavimento sotto ai nostri piedi si inclinava così tanto da buttarci tutti quanti a terra. Ci vennero consegnati dei giubbotti salvagente arancioni. Io e Livia ce li infilammo facendoli passare dalla testa e allacciandoli poi dietro alla schiena. La paura paralizzò i discorsi, nessuno più chiacchierava, suonava, cantava o ballava. Si cercava di sopravvivere pregando tanto.