giovedì 31 gennaio 2013

Quarantanove



Mogadiscio non era più la stessa, il cielo africano era più blu, le mie clienti mi parvero molto più cordiali, io non ero la Teresa seriosa e schiva di prima: mi sembrò di rinascere. Il Signore mi stava dando l’opportunità di vivere un’altra vita e io la colsi al volo.
Da quella sera Mario venne a trovarmi sempre. Con il sole, sotto la pioggia insistente dei monsoni di Gu e di Der, non esisteva scusa per tenerlo lontano da me. Dopo il lavoro, verso le sei del pomeriggio, suonava il campanello di casa Armani e, se non ero ancora rientrata, si sedeva paziente sul dondolo sotto al portico e aspettava insieme all’inseparabile sigaretta. Da quando Mario frequentava casa Armani, il rapporto di amicizia tra me e Livia si affievolì.  Sembrava quasi non gradisse più la mia compagnia come un tempo: invece di gioire per la mia felicità, si allontanava da me. Tentai di chiarire cosa le avesse  provocato un’inversione di marcia così netta ma lei non mi parlò mai francamente, forse perché in cuor suo si vergognava del suo stesso risentimento. Per fortuna, il lavoro incalzante da una parte e Mario dall’altra fecero sì che non mi perdessi d’animo per la mia amicizia in crisi.
Livia non era la sola che tentava di frapporsi tra me e Mario. Andrea, suo fratello, sperava che potesse sposare una ragazza veneta, come aveva fatto lui. Frequentare una lombarda, a detta sua e della moglie Guerrina, era  disdicevole.