martedì 22 gennaio 2013

Quarantaquattro



Qualche mese più tardi, i coniugi Armani convocarono la famiglia Giollo a una delle loro consuete cene. Anche il fratello del signor Andrea partecipò all’evento, con mia grande sorpresa.
“Finalmente ho il piacere di conoscere il suo nome” mi disse con un forte accento veneto appena mi appartai un momento dai commensali.
“Teresa, mi chiamo Teresa” gli risposi arrossendo, gli occhi fissi al pavimento.
“Mi son Mario[1]” mi strinse la mano a lungo.
“La vedo sempre mentre faccio la piega alla signora Guerrina” confessai senza alzare lo sguardo.
“Sì, la vedo sempre anch’io. Cosa ci fa una donna bella come lei a Mogadiscio da sola?” La domanda fu impertinente ma la porse in maniera talmente dolce da indurmi a rispondere, stregata dalla sua voce profonda e dallo sguardo intenso.
“Sono venuta qui per fare il mio lavoro, faccio la parrucchiera!”.
“È stata coraggiosa a partire. Mia cognata mi ha raccontato che è ospite della famiglia Armani”.
“Sì, mi stanno aiutando tanto. Prima o poi prenderò una casa in affitto. Sto lavorando molto, tra qualche tempo dovrei riuscire a mettere da parte una discreta somma di denaro per potermi mantenere da sola”.
“Non è raccomandabile che una donna viva qui sola. Potrebbe essere pericoloso”
“So badare a me stessa, non ho paura” risposi spavalda.
“Sembra molto sicura di sé, la invidio molto” disse Mario, quasi più a se stesso che a me.
“Lavora anche lei in Ambasciata?”
“No, io lavoro nelle ferrovie. Guido i treni, tratta Mogadiscio-Kisamaio-Afgoi ma il mio sogno è quello di aprire un’autofficina tutta mia, qui a Mogadiscio”
“Com’è la vita, qui? Sono arrivata solo qualche settimana fa e non mi sono ancora realmente ambientata”.
“Ci sono un sacco di opportunità per noi italiani. Io sono qui da un anno, appena arrivato ho trovato subito un lavoro e la paga è alta, ci possiamo permettere persino la servitù.
In Italia facevamo la fame, qui si vive bene. Mi piace. Questo caldo soffocante mi ricorda le estati nel Veneto, a casa mia; la gente è cordiale, sorride sempre, è leale. La natura qui è più forte dell’uomo, tutto è gigante, persino le formiche: ci sono formiche grandi come mandorle, le ha viste? Mi piacerebbe partecipare a una battuta di caccia: vedere i leoni, gli elefanti, i coccodrilli. Nel fiume Giuba ci sono i coccodrilli. Lo sa? E poi la sensazione dello spazio che c’è qui, il silenzio che trovi nel deserto, i tramonti! Ogni sera vedere il sole che scende nel mare è uno spettacolo grandioso. Credo mi sia venuto quello che si chiama il ‘mal d’Africa’, mi sono innamorato di questo posto. Voglio restarci per tutta la vita. Oh, mi scusi, mi sa che ho parlato troppo. La sto annoiando” gli si illuminavano gli occhi mentre parlava. Era originario di un paesino in provincia di Treviso, Bessica. Anche io gli confidai quale fosse il mio paese di origine.
Chiacchierammo insieme per tutta la sera, cenammo uno accanto all’altra sotto lo sguardo severo della cognata che non si perse una parola. Era come se ci conoscessimo da sempre, finalmente avevo trovato qualcuno con cui scambiare i miei pensieri e vivere sola così lontano da casa non mi sembrava più tanto faticoso.


[1] “Io sono Mario”