sabato 26 gennaio 2013

Quarantasei



Bussai alla porta dell’ennesima casa coloniale abitata questa volta da un maresciallo dell’esercito italiano. La signora Maria era una delle tante mogli che, come Livia, erano partite abbandonando la patria per seguire i loro mariti in Somalia. Pensandoci bene, io ero una delle poche donne bianche in tutta Mogadiscio a non essere sposata, se non addirittura l’unica.
“Ciao Teresa!” La signora Maria mi accolse in pigiama.
“Buongiorno signora Maria, l’ho svegliata?”
“No, no, sono io che stamattina ho poltrito più del solito. Stavo preparando l’acqua per cucinare”
“La disinfetta anche lei?”
“Per forza, altrimenti sai che corse in bagno? Uso l’ipoclorito di sodio”
“Come si fa?”
“Si scioglie un grammo di sale in un po’ di acqua da depurare. Dopo mezz’ora si aggiungono tre grammi e mezzo di iposolfito di sodio per neutralizzare l’eccesso di cloro. Oppure puoi aggiungere qualche goccia di tintura di iodio in un litro d’acqua”
“Noi in casa usiamo i filtri”
“Sì, so che esistono ma non mi fido, preferisco fare col mio metodo. E poi almeno faccio qualcosa: non avendo un lavoro, qui in Africa sto battendo un po’ la fiacca: mi annoio Hai un’aria strana stamattina” mi disse guardandomi di sbieco, stringendo un po’ le palpebre per mettere meglio a fuoco.
“Ma no, non è successo niente! Andiamo a lavarci i capelli?” Proposi allegra.
“Vedi come sei pimpante? Non ti sarai forse innamorata?”
“Ma signora, cosa dice!” Mi guardò intensamente per leggere nei miei pensieri.
Le tagliai i capelli  e la signora si lasciò guidare dai miei consigli di stile. Aveva i capelli simili ai miei: mossi, castani e folti. Li tagliai subito sopra le spalle, un po’ scalati in modo da alleggerirli e renderli soffici e gonfi.
Lavorai tutto il giorno, fermandomi soltanto per una ventina di minuti per pranzare con una banana.