domenica 20 gennaio 2013

Quarantatre

Il fatto di non possedere un negozio tutto mio per far accomodare le clienti mi portava a essere ospite in casa loro per poterle acconciare. Qualche mese dopo il mio arrivo a Mogadiscio, mi fece chiamare dal suo maggiordomo Karim la signora Guerrina, moglie di Andrea Giollo, un meccanico veneto assunto dal 1930 presso l’Autoparco Governativo in Ambasciata. Lo seguii a piedi, con in mano la mia borsa contenente tutto il necessario per il lavoro. Camminammo per una buona mezz’ora, ero accaldata e avevo sete.
La signora Guerrina viveva in una bella casa nei pressi dell’Autoparco, in una traversa di Corso Vittorio Emanuele. Sulla soglia della porta d’ingresso con le braccia incrociate, lo sguardo serio e un’espressione severa, mi aspettava la padrona di casa. Ci salutammo stringendoci la mano, mi fece accomodare nella grande sala da bagno bianca e azzurra e le tagliai i capelli come da sua richiesta. Alla fine del lavoro pagò il servizio e mi confessò di avere perso le speranze da anni di poter trovare una parrucchiera brava come me in tutta l’Africa. Mi chiese di tornare la settimana successiva, e quella dopo ancora, sempre alla stessa ora.
Diventai presto un’assidua frequentatrice di casa Giollo e i modi di fare della signora Guerrina migliorarono sensibilmente nei miei confronti, e ne fui felice.
Le prime volte entrare in quella casa mi metteva una certa soggezione. L’ambiente era silenzioso, serio e avevo l’impressione che la signora aspettasse un mio passo falso per potermi manifestare la sua avversione. Col passare del tempo invece la signora si spinse persino a raccontarmi qualche piccola confidenza personale. Durante le mie visite mi capitò di conoscere il marito, il signor Andrea, un uomo serio e impettito come la moglie, il quale aveva un fratello che ogni tanto passava davanti alla toilette dove io ero intenta a pettinare la cognata, mi salutava timidamente con un cenno della mano e scappava via senza nemmeno ascoltare la mia risposta. Di settimana in settimana cominciai ad aspettare con trepidazione il momento del suo passaggio furtivo, perché quel ragazzo mi incuriosiva. Era un bell’uomo, lo sguardo buono, diverso rispetto a quello del fratello e della cognata; i suoi  occhi erano scuri e profondi. La pelle del viso abbronzata dal sole africano, i capelli corti, mossi, castani. Aveva l’aria di un uomo solido, forte, leale. Mi sarebbe piaciuto scambiare qualche parola con lui, sembrava si sentisse solo in quella casa e anch’io lo ero.