giovedì 3 gennaio 2013

Trentotto


Mi lavai, infilai un vestito pulito, bianco, in lino leggero, lungo fino ai piedi  e scesi nella sala da pranzo a mangiare.
Patate bollite condite con olio di oliva e sale, carne e insalata: non avrei desiderato di meglio.
“Ti sei sistemata Teresa?” mi chiese Livia mentre entrambe ci avventavamo sul cibo che aveva preparato Bati.
“Sì, grazie. Ho sistemato il materasso sopra all’armadio, così non avrò problemi con le scolopendre o ragni o cose simili”
“Sull’armadio? Ma dici sul serio? E come fai a salirci sopra?”
“Ho sistemato la scrivania accanto all’armadio, prima salgo su quella e poi mi arrampico sull’armadio”
“Non ha paura di cadere?” mi chiese Ottavio
“Ho più paura degli animali” sorrisi e seguitai a mangiare.
“Lo sai amore? Sulla nave abbiamo assistito a un suicidio!” Livia, evidentemente a disagio, cambiò discorso. Di colpo ripensai a Franco e ai suoi occhi umani, poi l’immagine di Elvira che piange e si dispera. Ho rivisto  molte volte nella mia mente lo stralcio di lettera che avevo letto e ancora adesso non riuscivo a  giudicare quel gesto.
“E chi si sarebbe suicidato?”
“Un signore di mezza età, cenavamo spesso con lui e con la moglie. Pare che lei l’avesse tradito e che lui non fosse riuscito a farsene una ragione” Livia riassunse la vicenda della povera coppia, a me passò l’appetito.
“Be, se è stato tradito non era il caso di suicidarsi. Lei cosa ne pensa Teresa?”
“Io? Non lo so. È peccato togliersi la vita ma probabilmente l’animo umano a volte è troppo debole per sopportare i dolori. Chissà cosa farà adesso la signora Elvira” mi domandai ad alta voce. Dopo cena uscii fuori a esplorare il  ballatoio. Mi sedetti su una sedia bianca a dondolo e rimasi lì, stanca, imbambolata, felice, spaventata a immaginare la mia nuova vita africana e mi godetti un cielo pieno di stelle grandi e luminose da poterle sfiorare.