venerdì 22 febbraio 2013

Cinquantacinque



Tutte le sere io e Mario ci davamo appuntamento nel cantiere dove pian piano stava sorgendo la nostra prima vera casa. Era  un’emozione sempre grande notare l’avanzamento dei lavori, seguire passo passo gli operai che dal nulla creavano una stanza, poi un’altra, poi un’altra ancora. Non sarebbe stata una casa grande come quella dei signori Armani, né in stile coloniale come quella dei miei futuri cognati ma  una casa piccola, costruita all’interno del villaggio “Zoni”, subito fuori dalla città di Mogadiscio in via Londra: col tetto a terrazzo come quelle dei somali, tutta bianca sia all’interno che all’esterno.
C’era  una stanza matrimoniale più un’altra che, nel caso in cui Dio avesse deciso di regalarci qualche bambino, sarebbe stata destinata a loro; una stanza da bagno e uno spazio per il soggiorno e la cucina. Adiacente all’abitazione c’era persino uno spazio per il mio negozio: aprendolo così vicino avrei potuto seguire casa e lavoro nel medesimo momento. Avevamo  addirittura un bel giardino che contornava tutta l’abitazione, nel quale incontravamo spesso delle scimmie e qualche serpente. Per fortuna, nella casa  accanto alla nostra viveva già una famiglia di italiani emigrati un paio di anni prima di noi dalla città di Genova: non avrei avuto paura di dormire sola quando Mario sarebbe stato in servizio per la notte.
Allevavano un paio di tacchini, utili per dare la caccia ai serpenti. Gli animali razzolavano per tutta la via, presidiando così anche il nostro terreno. Per quanto riguardava le scimmie, invece, decidemmo di chiudere un occhio e di lasciarle giocare liberamente nel nostro giardino.
“Guarda Teresa, oggi gli operai del cantiere hanno preparato la soletta: domani poseranno i pavimenti. Se vanno avanti così, entro un mese la casa sarà finita e potremo cominciare ad arredarla. Hai già pensato a quali mobili vorresti comprare?”