domenica 17 febbraio 2013

Cinquantaquattro



Scrivevo spesso alla mia famiglia e aspettavo sempre con ansia le loro lettere di risposta. Ogni settimana, appena atterrava un aereo o attraccava una nave mi recavo all’ufficio delle poste nella speranza di poter ritirare un loro pacco o un messaggio. Nella realtà dei fatti questo capitava raramente. Rimanevo  delusa quando il signor Enzo, l’impiegato dell’ufficio, diceva di no col capo allargando le braccia in segno di impotenza, dopo aver controllato se tra i destinatari fosse comparso il mio nome tra la posta ricevuta.
Capivo  che la mia famiglia faticasse a scrivermi per i mille problemi da risolvere prima di pensare a me:  l’invasione che Mussolini aveva ordinato in Albania era sulla bocca di tutti, dalle mie clienti a Mario, alla famiglia Armani. Cercavo di raccogliere informazioni e di capire cosa stesse succedendo, ma le notizie che arrivavano qui erano diverse e difficili da interpretare.
“Teresa, hai sentito? Mussolini invade l’Albania. Io sono contenta, non li ho mai sopportati gli albanesi” disse la signora Marta, la moglie del maresciallo Colombo, di Milano.
“È un fatto grave. Speriamo non degeneri in una guerra vera” Mario e Ottavio Armani la pensavano allo stesso modo e la cosa mi preoccupava. La parola guerra veniva nominata sempre più di frequente, gli uomini che facevano parte dell’esercito si aggiravano per la città con aria seria, non più rilassati come  qualche mese fa. 
 Visto da fuori dall’Italia, il fascismo stava prendendo una piega sempre più autoritaria o forse era sempre stato così e vivere lontano dalla patria mi aiutava a vedere da un altro punto di vista le cose che a livello politico non riuscivo bene a percepire.
Tuttavia il fatto di non ricevere nulla da parte della mia famiglia  mi feriva, mi sentivo sola, i miei cari si erano dimenticati di me. Poi pensavo a Mario e alla nuova vita alla quale stavamo andando incontro e la tristezza veniva spazzata da un’ondata di buonumore e di ottimismo.