martedì 19 marzo 2013

Sessanta



La sera prima delle nozze Guerrina e Andrea passarono a prendermi e mi portarono a casa loro. Non chiusi occhio per tutta la notte: rimasi a fissare il soffitto e ad ascoltare i versi degli animali notturni che agitavano la notte, sdraiata su un lettino accomodato nel soggiorno. Mi sentivo a disagio, sarebbe stato meglio dormire sul mio giaciglio-armadio come ero abituata da  qualche anno a questa parte. Iene, allocchi, scimmie, gufi, civette non la smettevano di gridare e il caldo soffocante  non mi faceva dormire.
Pensai a mia madre, mi domandavo come fosse cambiata durante questi due anni di lontananza. Piansi  tanto perché sposarsi senza la propria famiglia era un po’ come se io e Mario fossimo scappati da casa, senza morale né ritegno. Invece non era così, eravamo due persone con la testa sulle spalle, noi: anche Mario, nonostante fosse più giovane di me di qualche anno, era un uomo maturo, responsabile e soprattutto mi amava tanto, ne ero sicura.

La mattina dopo mi guardai allo specchio all’alba e mi maledissi per non essermi riposata neanche un po’: avevo delle borse sotto agli occhi che nemmeno un trucco pesante avrebbe potuto nascondere. Per prima cosa rimediai facendo un bagno e sistemai i capelli. Li arricciai col ferro caldo e mi feci una messa in piega con cura, senza fretta. Decisi  di non raccoglierli in una crocchia ma di lasciarli il più naturale possibile; eravamo in Africa e non volevo stravolgere quello che ero stata fino al giorno prima con un’acconciatura troppo vistosa. Verso le undici la casa cominciò a riempirsi di amici e conoscenti. Faceva già un caldo torrido, indossai il mio abito nuziale con le mani tremanti dall’agitazione: una gonna bianco panna al ginocchio, una giacca con le maniche corte dello stesso colore, un cappello con la veletta che scendeva sul viso e un paio di orecchini di perle, gli unici gioielli che mi ero portata dall’Italia.