martedì 26 marzo 2013

Sessantuno



Scesi  le scale con passo malfermo, mi recai al piano di sotto, dove incontrai parte degli invitati e qualche curioso. Fuori dalla casa, la famiglia della cameriera somala di Guerrina intonava canti che precedono la celebrazione delle nozze secondo la tradizione somala. Strinsi tante mani, baciai tante guance ma non  riconobbi nessuno in particolare, a parte l’espressione rapita della bimba di Guerrina, Mara Anna, che mi guardava come se avesse appena incontrato una principessa vera.
Andrea si avvicinò a me, mi prese per un braccio delicatamente e mi avvertì che era arrivata l’ora di andare in chiesa. Lo assecondai, col cuore che cominciava a battere forte, la vista a sfocare le figure e la nausea.
Salimmo in macchina, il tragitto era davvero breve e la chiesa era in una piazza nella zona dello Scingani, dalla parte della ferrovia.
Mario aprì la portiera della macchina appena si fermò davanti alla chiesa. Visto che entrambi non avevamo i genitori presenti alla cerimonia,  percorremmo insieme la navata verso l’altare così da sostenerci a vicenda in un momento così toccante e difficile. Intrecciò la mano alla mia e mi aiutò a scendere dalla FIAT Topolino nera, ripulita e lucidata per l’occasione.
Mi sorrise, il suo sguardo sprizzava vita e commozione: mi persi dentro a quegli occhi, che avrei imparato a leggere così bene e ad amare così tanto.
Salimmo insieme la scalinata che portava all’ingresso della chiesa, poi percorremmo lentamente la navata. Ci guardammo di sfuggita, gli scappò un sorriso. Ci fermammo davanti all’altare, di fronte al prete che cominciò a officiare la Santa Messa.
Ci scambiammo le promesse insieme agli anelli e alla fine, davanti a tutti i nostri invitati, ci baciammo per suggellare la nostra unione. Non mi sembrava vero, era come vivere un sogno: mi sposavo con un uomo che la mia famiglia nemmeno conosceva, in Africa, sarei andata a vivere in una casetta tutta bianca con scimmie e leoncini come animali domestici  al posto di un cane o un gatto.