lunedì 1 aprile 2013

Sessantadue



Dopo la cerimonia tornammo tutti a casa dei miei cognati che avevano organizzato un piccolo rinfresco, al quale partecipò anche la moglie del generale Graziani, senza il marito che era occupato nella campagna d’Africa.
Nel pomeriggio io e Mario salimmo su una macchina che avevamo preso a noleggio e partimmo per una scampagnata in giro per l’altipiano somalo. Ci allontanammo dalla bianca Mogadiscio verso la duna costiera di Benadir. Subito lo spazio infinito delle praterie ci catapultò in un mondo incantato, l’aria era limpida e l’orizzonte così ampio da avere l’impressione di venirne schiacciati, un senso di solitudine ci accarezzava i capelli, che volavano impazziti scapigliati dal vento.  Guidava veloce Mario,  il suono delle nostre risate veniva coperto dal rombo del motore che sfrecciava sulle strade sterrate africane, sollevando un polverone rossastro al nostro passaggio. Tutto intorno a noi le acacie a forma di ombrello, i sicomori dalle chiome enormi, le euforbie viste dal finestrino correvano veloci. Mario fermò la macchina accanto a un albero gigantesco. Scendemmo, ci avviciniamo al colosso.
“È un baobab” mi spiegò
“È enorme! Guarda il tronco, non finisce mai. Viene voglia di abbracciarlo”
“E allora abbracciamolo!” Ci demmo la mano e insieme ci appoggiammo al tronco del baobab, tentando di circondarlo tutto, ma sarebbero servite almeno altre tre o quattro persone! Ridemmo felici per la pazzia di abbracciare l’albero, Mario mi prese il viso tra le mani e mi baciò.  Senza pudore questa volta, senza inibizioni e la passione avvolse il nostro abbraccio trasportandoci in una dimensione ultraterrena. Straniti e un po’ sconvolti, ci guardammo cercando di leggere cosa fosse scritto in fondo ai nostri cuori. Rientrammo in macchina senza risposte e ripartimmo verso il fiume Giuba per vedere i coccodrilli.