martedì 23 aprile 2013

Sessantaquattro



Sono felice qui, non è come dicevano le mie clienti in negozio, a Gallarate: la gente nera è gentile, sorridente, disarmante, hanno tutti gli occhi scuri, grandi e umani.
Riprendemmo il viaggio e passammo per il villaggio di Giohar. Le capanne degli indigeni erano basse, dello stesso colore della terra. Percorremmo la via verso il centro del paese, una nuvola di bambini ci rincorse incurante della polvere che sollevavamo con la nostra macchina. Urlavano e ci salutavano, cantando in coro una canzone ipnotica. Mi presero per mano e mi tirarono verso una capanna. I muri  dipinti a mano dalle donne con disegni multicolori: tutta la casa sembrava la grande tela di un pittore. Per terra, un paio di tappeti come giacigli. Intorno alle capanne due paio di buoi e una mucca locale bivaccavano pigri. I somali erano suddivisi in tribù e ogni tribù si occupava per lo più di pastorizia.
Il padrone di casa non c’era, era molto probabilmente  a far pascolare la mandria mentre la moglie ci sorrideva  offrendoci una bevanda calda, un infuso di tè amaro dissetante. I bambini di tutto il villaggio erano intorno a noi, ci guardavano incuriositi. Regalai una piccola molletta per i capelli a una bimba, che mostrò felice il suo trofeo agli altri piccoli. Restammo un po’ in quel villaggio, girovagando tra le capanne che si fondevano  nell’ambiente circostante.
“Andiamo? Si sta facendo buio” Mario mi accompagnò alla macchina, risalimmo piano la strada verso Afgoi, svoltammo a destra verso Est e rientrammo a Mogadiscio. Nella mente, gli sguardi dei bambini nel villaggio mi accompagnò fino alla nostra nuova casa, in via Londra al numero tre.