venerdì 19 aprile 2013

Sessantatre



La strada era lunga e piena di buche, la percorremmo a velocità moderata. Si stava facendo sera, in un attimo una tempesta di stelle si fermò immobile sulle nostre teste. Decidemmo di pernottare nella città di Afgoi. Scegliemmo una piccola pensione che si chiama “Savoia”, cenammo in una locanda con un piatto di pasta al sugo di pomodoro. Durante la cena parlammo poco, eravamo stanchi e ancora scossi per il matrimonio. Mario pagò il conto  e insieme raggiungemmo la stanza dell’albergo. Davanti alla porta della camera Mario mi prese in braccio, varcammo la soglia  inciampando sui suoi piedi. Cademmo  sul letto rovinando la poesia. Smettemmo di ridere, lentamente mi slacciò il vestito da sposa, lo fece scivolare sul pavimento. Ci abbracciammo aggrappandoci l’uno all’altra, lo baciai anch’io, aveva le labbra carnose  seccate dal sole. Lui era mio e io ero sua. Diventammo amanti, nella notte scura che copriva la vergogna di mostrarsi nudi.

La mattina dopo riprendemmo il nostro viaggio di nozze verso Sud. Da Afgoi la strada diventava più faticosa da percorrere: si trovavano numerose buche ed era raro incontrare una stazione di rifornimento o spacci che vendessero acqua potabile. Man mano che ci avvicinavamo al fiume, la vegetazione si faceva più rigogliosa: una macchia verde di giungla ci inghiottì e incontrammo zebre, struzzi che  attraversavano la strada, gazzelle e facoceri che pascolavano indisturbati mentre decine di stormi di uccelli volavano sopra le nostre teste. Incontrammo un gruppo di cinque giraffe che ci guardarono annoiate mentre brucavano le cime delle acacie e decine di scimmie urlavano saltando di ramo in ramo. Non avevo mai visto così tanti animali, era bellissimo. Intravedemmo la riva del fiume, fermammo la macchina e ci avvicinammo a piedi.
“Attenta, può essere pericoloso: non ti ho sposata per farti sbranare da un coccodrillo” Mario camminava avanti, teneva il braccio destro verso di me in segno di protezione. Annuii e mi inoltrai nella vegetazione con fare circospetto. Sullo specchio d’acqua del grande fiume, vicino alla riva, due occhi fissi ci guardavano immobili.
“Eccolo! Un coccodrillo!” Urlai
“Schhhh” Mario appoggiò un dito sulle labbra, mi fece segno di abbassarmi. Obbedii.
“Guarda là in fondo” indicò un punto più a nord rispetto a dove eravamo.
“Cosa? Non vedo niente”
“Più a destra, c’è una secca: una mamma coccodrillo sta spostando i cuccioli nell’acqua bassa. Guarda, li tiene nella bocca”
“Oh mamma, è vero! Siamo sicuri che non se li mangia?”
“No, non siamo sicuri. Vieni” afferrò il polso e mi trascinò via di lì verso la macchina.
“Adesso che facciamo?”
“Torniamo indietro e ci fermiamo sulla strada in qualche villaggio tipico somalo. Vedrai, ti piacerà la gente del posto”
Riprendemmo il nostro viaggio verso Mogadiscio. Lentamente uscimmo dalla giungla e riemerse il cielo blu, prima coperto dalle chiome degli alberi altissimi. La vegetazione si fece più rada, il deserto ci venne incontro, il sole abbacinante faceva ardere la terra intorno a noi. Incontrammo un camion fermo sul lato della strada, un ragazzo di colore alzò la mano per chiedere aiuto. Accostammo accanto a lui, sfoderò una schiera di denti bianchi come la neve.
“Motore si è fermato” disse il ragazzo.
Mario scese dalla macchina con un balzo, diede un’occhiata al mezzo di trasporto.
“Ci vuole acqua nel radiatore” recuperò una tanica piena di acqua dal portabagagli del nostro mezzo e rovesciò il contenuto nel radiatore del camion. Dopo poco, il ragazzo ripartì ringraziando e sorridendo di continuo.