domenica 12 maggio 2013

Ottanta



Un forte odore acre di aceto mi fece rinvenire. Faticavo a portare entrambe le mani sul viso e tentai di mettermi a sedere. Un uomo col camice bianco impedì ogni movimento: appoggiò la mano sul mio braccio e mi fissò severo, muovendo la testa in segno di diniego.
“Non si muova, signora.  Stia qui tranquilla” disse con voce ferma.
“Mario? Dove sono? Cos’è successo?”
“Non si ricorda, signora?” Chiese lo stesso uomo,  un medico visto il camice bianco, o forse un infermiere. Mario si avvicinò a lui. Aveva l’aria preoccupata, era bianco in volto come se avesse appena visto un fantasma.
“Mi ricordo che stavamo cenando a casa e che Mario mi stava dicendo che… Sì, dottore, mi ricordo; mi ricordo tutto. Chi è lei? È un medico, vero? Sono in ospedale?”
“Quante domande fa sua moglie, caro signore. Non credo ci sia da preoccuparsi, direi che la signora si sta riprendendo rapidamente”. Il dottore schiacciò l’occhiolino a Mario e ridacchiava, indispettendomi. Non risposi quello che avrei voluto, mi limitai a fulminarlo con lo sguardo. Sentivo caldo, era umido e fuori pioveva ancora.