mercoledì 8 maggio 2013

Settantanove



“Mi sono licenziato” esordì Mario una sera a cena, davanti a  un piatto di spaghetti al pomodoro.
Lo guardai stupefatta, non dissi niente. Continuavo a mangiare. Infilzavo gli spaghetti con la forchetta ruotandoli lentamente per arrotolarli. Attesi con pazienza il resto del discorso. 
“Ho trovato un altro lavoro. Il mio amico Gianni che lavora come meccanico in un’autofficina qui vicino mi ha chiesto di entrare in società con lui. Ho accettato” portò anche lui lo sguardo al piatto e arrotolò sulla forchetta una gran quantità di spaghetti. Li inghiottì con voracità.
“Mario, sei sicuro? Perché non me ne hai parlato prima? Come mai questo Gianni vuole un socio? L’officina è in perdita?” lo subissai  di domande. Ormai avevo sviluppato negli anni un certo fiuto per gli affari; lavoravo in proprio e sapevo che l’ingresso di un socio in un’attività non era mai sinonimo di floridezza della stessa.
“Non mi ha chiesto soldi. Cerca un lavorante e mi sono proposto. Ha chiesto informazioni su di me a mio fratello in Ambasciata. Ha bisogno di una persona di fiducia per mandare avanti l’officina perché il lavoro è tanto e lui da solo non riesce a stare dietro a tutte le richieste dei clienti. Dice che preferisce un socio che è interessato al buon andamento della ‘baracca’ piuttosto che assumere un dipendente. La paga che prenderei è più alta rispetto a quella di adesso e poi tornerei tutte le sere a casa a dormire con te e non ti lascerei più sola” sorrise, con quel sorriso disarmante, leale e autentico che mi aveva fatto innamorare, al quale non sapevo mai dire di no.
Mi convinsi che era una buona notizia. Da quando era scoppiata la guerra, il fatto di dormire spesso sola mi inquietava e il lavoro di Mario che lo portava sempre a viaggiare per tutta la Somalia fino alla Libia non mi faceva stare tranquilla.
“Dai, sono contenta. Speriamo che vada tutto bene” gli dissi alzandomi per ritirare i piatti  dalla tavola. Sentii il suo sguardo fisso su di me, anche se non lo vedevo. Mario si avvicinò e mi strinse forte un braccio. Smisi per un attimo di lavare i piatti, appoggiai il viso sul suo petto, mi portai la mano alla tempia e svenni.