mercoledì 5 giugno 2013

Ottantadue



Le albe inseguivano i tramonti infuocati di Mogadiscio senza sosta: il periodo delle piogge aveva lasciato spazio alla stagione secca e di nuovo l’ondata di maltempo del secondo monsone riannuvolava il cielo che ricominciò a piangere, così come piangevano da mesi le madri dei nostri soldati italiani che combattevano in Europa, oltre che qui nella vicina Libia. Pensavo di continuo alla mia famiglia che mi scriveva ormai così di rado da farmi pensare sempre il peggio e mi stupivo di come crescesse inesorabile la mia pancia e il mio bambino dentro di lei, nonostante la guerra, la paura, i morti e i feriti al fronte, la distruzione. Lui no, non si faceva distrarre da niente e insieme allo scorrere del tempo cresceva, fiducioso e protetto da tutto il mio essere. Mi chiedevo fino a che punto lo avrei mai potuto proteggere e se ne sarei stata capace.
Nel mese di febbraio l’ambasciata italiana aveva rilasciato un comunicato secondo il quale era preferibile, per gli italiani residenti a Mogadiscio, rientrare in patria il prima possibile in vista degli avvenimenti storici e politici che sarebbero accaduti di lì a poco e che nessuno di noi avrebbe potuto immaginare. Il comunicato era piuttosto evasivo ma si parlava di “sicurezza” e di “precauzione”, termini nei confronti dei quali cominciammo a insospettirci, temendo un imminente ingresso in guerra dell’Italia in quella che poi sarebbe diventata la Seconda Guerra Mondiale.
La disposizione a partire consigliava a tutti, donne e bambini in primis  di rientrare in Italia.  Io e Mario non ne parlammo nemmeno:  entrambi avevamo un’attività in proprio in città che, tutto sommato, funzionava bene, senza contare che noi volevamo ancora vivere in Africa: questa era casa nostra.
Forse un giorno saremmo rientrati anche noi in Italia, ma di sicuro non in quel preciso momento: non avevo intenzione di affrontare un viaggio infinito né incinta, né con un bambino appena nato, senza mio marito.