martedì 15 ottobre 2013

Capitolo due - settima storia



Violento le mie gambe, cementate su questa panchina. Devo rientrare, è tardi. Immagazzino in un ultimo respiro tutto il salmastro che posso e lascio il porto. Cammino tra la gente che non conosco, solo la mia macchina mi accoglie scodinzolando, vecchia compagna di una vita.
Guido lentamente, perdo ancora un po’ di tempo per parcheggiare. Il portone di casa mi procura un dolore al petto, devo entrare. 

Caro amore,
finalmente solo posso scriverti una mail.
Quando sono arrivato a casa ho fatto una doccia, mentre mi spogliavo non  facevo che pensare a te, ho tolto la maglia e il tuo profumo mi ha assalito, mi ha riempito i polmoni, per un attimo ho avuto l’immagine di te mentre stasera te ne andavi. Perché ti ho lasciato andare via?
Ho chiuso gli occhi, sotto la doccia. Ho lasciato che l’acqua scorresse su di me, non volevo pensare così ho cercato di seguire una goccia, come al rallentatore l’ho sentita che scendeva dai miei capelli sulla fronte si è infilata nell’attaccatura del naso, scendendo di lato al naso ha lambito l’occhio ed è scesa sul labbro superiore, poi quasi dal centro del mento è scesa sul collo si è fermata un attimo. È ripartita veloce sul petto  e poi giù curvando verso l’ombelico è scesa sull’inguine proseguendo sull’interno della coscia è scivolata sul polpaccio, sul tallone. È scomparsa, come sei scomparsa tu stasera.